Trabajo, IA y la pregunta que la modernidad no quería formular
Lo que está en juego no es el futuro del empleo. Es la posibilidad misma de una sociedad que no convierta la irrelevancia técnica en exclusión moral.
Il lavoro delle macchine, il destino dell’uomo. Automazione, potere e disuguaglianza: perché serve una nuova regia del valore
Nel discorso dominante sull’innovazione, si fa spesso appello a una promessa implicita: che le tecnologie avanzate, e in particolare l’intelligenza artificiale, possano liberare l’umanità dalla fatica, dall’errore, dalla scarsità. Si racconta un futuro dove le macchine lavoreranno al posto nostro, permettendoci di esplorare vocazioni più alte: creatività, relazione, benessere. È un immaginario seducente. Ma dietro questa visione idilliaca si nasconde un paradosso sistemico: una società senza lavoro rischia di diventare una società senza reddito, e quindi senza consumo, senza coesione, senza futuro.
Per una festa del lavoro umano
Possiamo osservare due trend. Il primo: esseri umani e macchine sono sempre più strettamente interconnessi, sempre più indissolubilmente interfacci...
Le macchine al lavoro, gli umani senza lavoro felici e contenti!
Dopo secoli di previsioni fantascientifiche sulle macchine intelligenti capaci di sostituire gli umani in molte attività quotidiane, il momento della verità sembra essere vicino. L’automazione e l’evoluzione tecnologica hanno determinato una nuova rivoluzione delle macchine con effetti sul lavoro, sul benessere e la prosperità di tutti. [𝐀𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝟐𝟎𝟏𝟒]
Lavorare oggi: tra tecnica, distanza e comunità. Come il lavoro cambia nell’epoca dell’ibrido.
Una soglia da attraversare Oggi la linea tra vita e lavoro, tra tempo libero e tempo produttivo, è più sfumata che mai. Ma forse proprio questa incertezza può diventare un’opportunità. Ripensare il lavoro non come obbligo, ma come possibilità di fare qualcosa insieme che abbia senso. Un lavoro umano, non solo utile. Che cos’è oggi il lavoro? Dove avviene, con chi, attraverso quali strumenti? Sono domande che non possiamo più dare per scontate. Fino a pochi anni fa, il lavoro era associato a un luogo fisico – l’ufficio, la fabbrica, il negozio – e a un tempo preciso, scandito da orari e presenze. Oggi, tutto questo si è fatto più incerto. Il lavoro “ibrido”, cioè a metà tra presenza e distanza, è diventato la norma per molti. Ma cosa comporta davvero?
Lo sciopero. Un’arma del Novecento?
Per vari motivi lo sciopero ha perso nel tempo parte della forza che aveva nel 1800 e nel 1900. Ma conserva ancora la sua valenza più importante. Invitare i lavoratori a scioperare significa chiedergli di decidere, di schierarsi e di compiere quindi un atto politico. Aderire ad uno sciopero, e rinunciare al salario della giornata, è una scelta consapevole; un contributo reale, attivo, compiuto con la speranza che la nostra azione possa incidere sui fatti. È questo il vero valore dello sciopero: la possibilità di essere protagonisti della propria vita e di fare concretamente qualcosa per cambiare il corso delle cose.
Quale futuro per il lavoro ibrido?
Come i pesci di David Foster Wallace, che non s’interrogano sull’acqua in cui nuotano, anche un nostro antico progenitore non avrebbe compreso la parola “lavoro”, perché tale attività coincideva con il tempo della vita, non vi era alcuna distinzione. Bisognerà attendere il XII secolo per ritrovare nel francese labeur e nell’inglese labour, termini capaci di descrivere, anche se limitatamente all’attività agricola, un’idea del lavoro assimilabile in qualche modo a quella moderna. Ma il concetto di lavoro, così come lo intendiamo noi, è di fatto figlio della rivoluzione industriale. Oggi, come abbiamo visto, i pilastri che sorreggevano quell’edificio sono crollati, uno dopo l’altro. Così quella distinzione che, nella concretezza dei gesti, non esisteva per quel nostro progenitore lontano, oggi, per molti di noi, non esiste più nel nostro “spazio mentale”....
Il lavoro che vogliamo
Il mondo di lavoro come lo conoscevamo non esiste più, perché il capitalismo finanziario ha preso il sopravvento. Lo scopo delle aziende non è più produrre beni o servizi, ma il profitto a tutti i costi e destinato a pochi. Il ruolo di manager cambia drasticamente. Si vuol far credere che l'azienda possa essere guidata solo da dati e dall'intelligenza artificiale, riducendo così l'azione autonoma dei manager. Mentre crescono anche i vincoli esterni, perché il potere si è spostato fuori dalle aziende. Ancora più difficile è la presenza delle donne nel management: lo stesso essere donne crea sempre più difficoltà ad essere ascoltate. Perché le donne spesso portano una visione coraggiosamente contrastante. Non pensiamo di cambiare tutto e subito, ma sappiamo che un cambiamento oggi può aprire spazi imprevedibili. Questa visione non viene solo dalla speranza, ma dalla consapevolezza della nostra forza. Gli argomenti esposti in questo documento saranno oggetto di discussione sabato 24 gennaio 2026, ore 10.30-13.30, presso la Libreria delle Donne, via Pietro Calvi, 29, Milano. Sarà anche possibile partecipare in streaming.
Quel che resta dell'ozio. Riflessioni sul vuoto che non riusciamo più a abitare.
Tra gite pianificate, selfie obbligatori e checklist di vacanza sempre aggiornate, sembra che il tempo non ci appartenga più. Ogni momento è già assegnato a un’attività, ogni pausa è una piccola performance da documentare. Ma se occupiamo tutto lo spazio con il fare, che spazio resta davvero per il pensiero, per quell’ozio che non produce nulla se non la possibilità di pensare?
L’Itinerario Stultifero: Filosofia e poetica del percorso compiuto e da compiere
Viviamo in un'epoca che celebra il tempo sempre presente (il presentismo) la velocità, l'istantaneità, la simultaneità. Il web promette di darci tutto e subito, di connettere ogni cosa con ogni cosa, di eliminare la distanza tra domanda e risposta. Ma questa promessa nasconde una minaccia: la perdita della lentezza, della riflessione, della profondità, della sequenzialità, della trasformazione. Se tutto è equidistante, se ogni contenuto vale quanto ogni altro, se ci viene sempre più spesso segnalato da algoritmi e Chatbot fuori del nostro controllo, se possiamo saltare da qualunque punto a qualunque altro punto, perdiamo la dimensione del cammino. Ogni itinerario è una pratica umanista L'itinerario è una forma di resistenza L'itinerario, è una forma di ospitalità intellettuale: Ma è anche una forma di speranza.
Il nostro rapporto tossico con il tempo
Tendiamo a riempire le nostre case di oggetti, il nostro tempo libero di relazioni e di attività di vario tipo. Il tempo “improduttivo” ci sembra sprecato e ci è più facile ragionare in termini di spazi vuoti e spazi pieni. Eppure, quel vuoto che tanto ci spaventa è un contenitore di potenzialità inesplorate.
Bobok vs LLM - Dialogare con l'eco collettiva dell'umanità
Come i morti di "Bobok" di Dostoevskij continuano a parlare senza piena coscienza dopo la morte, così gli LLM (Large Language Model) fanno risuonare milioni di voci del passato svuotate della loro intenzionalità originale. Dialogare con un'intelligenza artificiale significa confrontarsi con un'eco spettrale della conoscenza umana, dove pensieri e intuizioni riemergono come pattern algoritmici, privi dell'anima che li ha generati. Il vero valore sta nel nostro sguardo critico: siamo noi a ricostruire significato da questi "bobok digitali", trasformandoli in catalizzatori per nuove riflessioni anziché sostituti del pensiero umano.
I Thought it was a hoax, I Should have known better
Pensavo fosse una bufala, avrei dovuto saperlo meglio
In difesa dell'autore. Ricordando la lezione di Cervantes e accompagnati da Julio Cortázar
Nel guardare alla figura dell'autore, si considera inevitabile ripartire da ciò che scrivevano Foucault e Barthes. Ma conviene invece far riferimento al modo in cui Cervantes mostrò al mondo il suo 'essere autore'. E conviene ricordare come Julio Cortázar nel racconto 'El perseguidor' risponde in anticipo alle affermazioni di Barthes e Foucault. L'autore non è né morto né assente. Chi oggi, seguendo Barthes e Foucault, celebra la capacità dell''intelligenza artificiale' di essere autore, non è che la moderna incarnazione di una antica figura: censore, accademico, 'esperto', autorità che tenta di imporre il proprio controllo alla libera espressione di conoscenza. L'incapacità di essere liberi autori spinge a ritagliarsi il ruolo di 'esperti' che pretendono di incasellare e giudicare il modo altrui di essere autore. Questa incapacità di essere autori porta oggi fino a dire: l'autore è la macchina. Dite invece, diciamo invece: l'autore sono io, siamo noi. Abbiamo il diritto-dovere di prendersi la giustissima libertà di scrivere. Ci si assume così la fatica di dire senza ricicciare, rimescolare, ripetere luoghi comuni; cercando invece di parlare dei proprio dolori, di ciò che è tanto intimo da essere difficile da dire, di ciò che fa soffrire, perché vediamo intorno a noi un mondo che soffre. E' difficile e faticoso; ma è questo l'essere autori.
Superare la distanza con la presenza
Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. La distanza di cui parlo nel mio libro sopra citato è quella che definisce i mondi digitali delle piattaforme tecnologiche. Una distanza fisica, diversa da quella che caratterizza la lontananza tra due città o punti nello spazio, difforme dalla distanza ricercata perché ritenuta vitale per la propria sicurezza, distinta da quella imposta per legge o dalle regole di buon vicinato. La distanza sulla quale invito a riflettere non è neppure quella imposta per legge da governi spaventati per la viralità del Covid-19, ma quella che sperimentiamo quotidianamente nel nostro essere social e poco sociali, connessi ma senza legami, impegnati a messaggiare, ma incapaci ormai a dialogare e a conversare Vis a vis.
Beyond the bullet points: what McKinsey gets wrong about critical thinking
“Critical thinking” has become a corporate virtue, non negotiable, measurable, endlessly trainable. A recent report by McKinsey & Company is emblematic. It defines critical thinking as a bundle of competencies, structured problem solving, logical reasoning, bias awareness, and information gathering, meant to help workers “add value” beyond what machines can do.
Cuando la creatividad deja de necesitar humanos
Crear, en el sentido fuerte, no es producir novedad. Es asumir un coste.
La Stultiferanavis ottocentesca di Sherlock Holmes: un Racconto Inedito [#1]
Terzo racconto ispirato alle opere di Sherlock Holmes e fatto raccontare in prima persona da Watson, che il testo scritto nell'800 si premurò di fare arrivare ai giorni nostri permettendoci di collegare l'iniziativa della Stultiferanavis attuale alla sua archeologia e genealogia storica, associabile a Das Narrenschiff di Brandt, ma anche a quella che oggi chiamiamo fantascienza. Il racconto è stato ambientato intenzionalmente in Cornovaglia, una parte dell'Inghilterra da me sempre amata. Vi sono stato più di venti volte in trent'anni (ne ho fatto anche un libro fotografico di 500 pagine anche per ricordare tanti amici oggi defunti e per lasciare ai nipoti un suggerimento di viaggio e forse anche un buon ricordo), vi ho percorso a piedi centinaia di chilometri, sconfinando nel Dorset e nel Devon, ho incontrato persone fantastiche e fatto esperienze di viaggio indimenticabili. Non potevo non collocare la stultiferanavis della mia storia in Cornwall! Buona lettura
Fiori per Algernon e la tentazione di capire tutto
Il libro torna. Non perché parli di fanta-scienza, ma perché parla di desiderio. Del desiderio di essere all’altezza. Di non restare indietro. Di non essere esclusi dal discorso del mondo. L’intelligenza artificiale intercetta lo stesso desiderio. Lo rende efficiente. Scalabile. Ma non lo risolve.
Intelligenza Artificiale, potere cognitivo e manipolazione
Intelligenza Artificiale, potere cognitivo e manipolazione
Il pensiero nei margini: Floridi e la microstoria filosofica come metodo anti-mitologia
Un refuso, una nota a piè di pagina, una traduzione “quasi giusta”: dettagli che sembrano rumore e invece cambiano la traiettoria di un’idea. Floridi propone una microstoria filosofica disciplinata dai livelli di astrazione, capace di dialogare con le digital humanities senza farsi ipnotizzare dai grafici.
I rischi che corriamo
Il punto non è demonizzare l'intelligenza artificiale, ma riconoscere che l’IA sta diventando, se non lo è già, un moltiplicatore di strutture di potere.
La velocità come ideologia del nostro tempo
Nel futuro, chi vorrà descrivere le caratteristiche del nostro presente avrà l’imbarazzo della scelta: tempo della tecnologia, del superamento dell’umano, dell’illimitato, della privatizzazione del potere, dell’informatica. Ma anche dell’istante, della rapidità, del tempo reale
Chi parla di sicurezza dell'Ai è sempre in buona fede o esiste una cospirazione?
Alcune riflessioni sulle numerose teorie di Ai malevola e sul modo con cui certuni gruppi di interesse potrebbero usare la paura dell'Ai forse per interessi più personali che realmente orientati a proteggere la razza umana.
L’errore di fondo: l’IA è neutra (e non neutrale)
Il vero nodo, allora, non è se l’IA sia neutra in teoria, ma chi decide come viene progettata, implementata e governata. Perché è in quelle decisioni — spesso invisibili — che si gioca il futuro della nostra autonomia, della coesione sociale e della dignità umana.