Fiori per Algernon e la tentazione di capire tutto
Il libro torna. Non perché parli di fanta-scienza, ma perché parla di desiderio. Del desiderio di essere all’altezza. Di non restare indietro. Di non essere esclusi dal discorso del mondo. L’intelligenza artificiale intercetta lo stesso desiderio. Lo rende efficiente. Scalabile. Ma non lo risolve.
Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale
Swift smontava le false certezze. Noi le deleghiamo alle macchine Leggere Gulliver nell'era dell'eccesso di confidenza digitale Nel 1726, Jonathan Swift pubblicava "I viaggi di Gulliver" non come semplice racconto d'avventura, ma come feroce satira delle certezze umane. Attraverso giganti e nani, isole volanti e cavalli razionali, lo scrittore irlandese smontava sistematicamente ogni presunzione di superiorità, quella della scienza, della politica, della ragione stessa. Tre secoli dopo, ci troviamo in un'epoca in cui quelle stesse certezze che Swift ridicolizzava non vengono più semplicemente coltivate, ma delegate. Le affidiamo agli algoritmi, alle intelligenze artificiali, ai sistemi che promettono risposte immediate a domande complesse. L'eccesso di confidenza non è più solo umano, è diventato digitale, amplificato, indiscusso. Rileggere Gulliver oggi significa ritrovare uno sguardo critico necessario. Significa chiedersi se, nel nostro rapporto con la tecnologia, non stiamo ripetendo gli stessi errori dei lillipuziani che misuravano Gulliver con formule geometriche, convinti di poterlo comprendere e controllare. Significa interrogarsi su cosa accade quando sostituiamo il dubbio metodico con la fiducia algoritmica, quando scambiamo la capacità di elaborare dati per saggezza. La satira swiftiana ci ricorda che ogni sistema che pretende di avere tutte le risposte merita il nostro sospetto più acuto.
La rivoluzione sarà dashboardata
Immaginiamo una scena che potrebbe accadere domani mattina, in qualsiasi ufficio di marketing di Pechino o Milano. Alfio Lee Chen Satariano, milane...
Il lavoro rubato, secondo Asimov. Una profezia sul declassamento umano
Molto prima dell’IA generativa, Isaac Asimov aveva già raccontato il trauma sociale della sostituzione del lavoro umano con le macchine umanoidi. In Abissi d’acciaio i robot sostituiscono dapprima il lavoro di commessi e fattorini, ma la loro diffusione minaccia presto di soffiare il posto anche a poliziotti, impiegati, colletti sempre più bianchi. Ci sono proteste, declassamenti, folle inferocite e uomini che capiscono di poter essere rimpiazzati non solo nella forza lavoro, ma anche nel giudizio, nelle competenze, nelle funzioni mentali. Ma il bersaglio vero del romanzo non è la macchina in sé. Asimov mostra con lucidità sorprendente che una società senza protezioni trasforma ogni progresso in una minaccia, e che il vero incubo non è la macchina che lavora meglio dell’uomo, ma il sistema che rende quella superiorità una condanna per chi resta indietro.
Le tre modalità di funzionamento della consapevolezza in base alla teoria degli archetipi di Jean Bolen
La consapevolezza è la nostra capacità di avere una rappresentazione delle cose e di noi stessi. Essa determina il nostro modo di stare nel mondo.
La stanza cinese di Searle: un computer può davvero capire?
Si immagini di chiudere in una stanza una persona che non conosce una parola di cinese....
Temptation Island. C'è sempre un video per te
La tentazione, di fronte a trasmissioni come Temptation Island o alla sovraesposizione social e mediatica, è duplice e opposta: lo scandalo moralistico che li condanna in blocco, o la scrollata di spalle che li liquida come irrilevanti. Ma entrambe le posizioni mancano il bersaglio perché il punto non è né scandalizzarsi né minimizzare, ma imparare a vedere il meccanismo — riconoscere quando un aspetto del sé sta venendo convertito in contenuto valutabile, chiedersi chi ha costruito la scala su cui ci si sta misurando, e a chi conviene che ci si misuri.
TORNARE A ITACA nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Dopo l’Odissea di Christopher Nolan: leadership, attesa, memoria e il rischio di diventare stranieri a noi stessi. “𝗙𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗼𝗴𝗴𝗶 𝗶𝗹 𝘃𝗲𝗿𝗼 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗼𝗻 è 𝗰𝗼𝗻𝗾𝘂𝗶𝘀𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗲, 𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗺𝗮𝗿𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮.” Una riflessione personale.
Proposte per una modificazione del modello di Sanità in Italia
Per un SSN fedele alla nostra Costituzione
Quiete dell’anima [3]
Lo sgabuzzino
Uno sguardo sulla nostra fragile condizione umana, così esposta a continue tempeste, ma, spesso non pienamente consapevole che il potere dei sogni, dimenticato, potrebbe cambiare le carte del gioco.
Dallo Stato di Eccezione allo Spazio di Eccezione: il caso Minneapolis
Repressione, Trauma, Stato di eccezione, Teologia Politica, USA, ICE, Vittima
Il Fantasma della Purezza.
L’etica dell’IDF e la gestione dottrinale del trauma nella coscienza civile israeliana. Teoria Critica, Teologia Politica, Israele, IDF, Trauma, Diritto Militare, Critica della Violenza
L’archeologia del margine. Spettrologia del paesaggio in Avgust Berthold
Estetica, Teoria Critica, Pittorialismo, Rovine, Storia, Immagine, Archeologia, Avgust Berthold
No hay paso
Spinto dall'invito al viaggio di Carlo e dallo spirito che si respira tra le righe di questi articoli e racconti, ho deciso di aggiungerne uno. È il racconto di un’esperienza vissuta molti anni fa in Messico, dove il viaggio interiore, più di quello nei luoghi, diviene il tema centrale. Per me è sempre stato così, un’idea che trova curiosamente sponda nella parola “esplorare”, in cui l’etimologia, secondo alcuni incerta, evoca la vera essenza dell’azione che descrive. Scegliere di abitare quella condizione di inevitabile incertezza, spaesamento, stupore, che contraddistingue lo spirito profondo del viaggio, ci consente di continuare a “viaggiare” anche con la mente, come accenna Carlo, o in quei “nuovi occhi” di cui ci parla Proust, parole ricordate nell’articolo di Giovanni Nicotera. La migliore sintesi di questo spirito io la ritrovo in queste parole di Thomas Eliot: “Non smetteremo mai di esplorare, e alla fine di tutte le nostre esplorazioni ci ritroveremo dove prese avvio il nostro viaggio e conosceremo quel luogo per la prima volta”. * L’incipit del racconto, scritto nei primi anni duemila, cita quello che si trovava digitando su un motore di ricerca “Rancho Nuevo”, oggi non è più così.
Il prezzo di una stanza. Cicerone, la memoria artificiale e la crisi della permanenza.
La memoria artificiale sta recuperando una tecnica antichissima: associare informazioni a luoghi persistenti. Nello stesso tempo, la crisi abitativa europea rende la permanenza residenziale sempre più fragile e sottoposta a metriche economiche. Cicerone, Paquita e i nuovi sistemi di AI pongono così la stessa domanda epistemologica: che cosa perdiamo quando il luogo scompare dal modello? Sto seguendo da qualche tempo il problema della memoria artificiale. Chi usa con continuità un Large Language Model conosce bene la questione. Possiamo discutere per settimane con una macchina, costruire un progetto, correggere decisioni, scartare ipotesi, definire una terminologia e, a un certo punto, scoprire che una parte di quel percorso è diventata difficilmente recuperabile. Il problema riguarda la memoria, certo. Riguarda soprattutto il modo in cui organizziamo ciò che vogliamo ricordare.
La Fábrica de Títeres y el Niño que Solo Quería Respirar
¿Por qué la sociedad actual —tecnológicamente más avanzada que nunca— sufre una atrofia cognitiva insidiosa y un apagamiento sistemático de su memoria histórica? Un análisis fundamental sobre cómo reconstruir el Escudo Cognitivo frente al presentismo y rescatar la voz de los ancestros.
La scienza come esperienza e il chiarimento filosofico
Breve storia critica dell'epistemologia nel Ventesimo Secolo. Si inizia avendo come riferimento Cartesio e Leibniz, e si finisce -magari senza rendersene conto- Spinoza. Passando attraverso il pensiero di Russel, Frege, Hilbert, Gödel, Turing, Heisenberg. Da un lato si cerca poi di trovarsi a proprio agio nell'assenza di fondamenti; dall'altro si torna a Kant. Il luogo chiave di questa narrazione è il Circolo di Vienna. L'innovativa lezione di Moritz Schlick, l'influenza di Wittgenstein, sullo sfondo di Vienna, crogiuolo di arte, letteratura e scienza. Scienza come ricerca di una società aperta. Pensiero viennese che non separa mai la teoria dalla pratica, la ricerca scientifica dalla politica. Lontano dall'Europa, a causa del nazismo e della guerra, il pensiero viennese si esalta in America. Per un verso si volge verso la complessità e la transdiscilinarità. Per l'altro -con Carnap come figura esemplare- finisce in un adeguamento -o forse una resa- ad una filosofia del nuovo mondo: pragmatica, orientata ad una visione della scienza connessa alla tecnologia, vincolata al business, lontana dall'arte e dalla società. (Questo articolo riprende materiali già presentati da Francesco Varanini in 'Macchine per pensare. L'informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi', 2016).
Il bastone della mia vecchiaia [2]
Mi auguro di incontrare qualcuno che sappia parlare il mio stesso linguaggio, così da non dover trascorrere una vita intera a dare un volto al mio mondo interiore. Perché il linguaggio dell'amore nasce dentro di me, sfiora l'anima in un solo istante e poi vi dimora per sempre. E chi saprà donarmelo mi insegnerà che il valore più autentico della vita risiede nell'essere, prima ancora che nel fare.
L’intelligenza artificiale avanza. Noi spostiamo il “però”
Nuove forme di intelligenza e fantasmi nelle macchine
Il dolore che chiamiamo “gli altri”
Partendo da un suggerimento rivolto ai genitori dal pediatra Benjamin Spock, l’articolo esplora il modo in cui il dolore non riconosciuto può trasformarsi in rabbia verso gli altri. Una riflessione sul disagio collettivo e sul suo sfruttamento politico: dalla mancata presa di coscienza al controllo delle coscienze, fino alla costruzione del nemico e del capro espiatorio.
Ricordi
Della fragilità del ricordo...