Sul “salire a bordo”

Il salire a bordo necessariamente richiede un qualche tipo di sforzo, di fatica, sacrificio, sufficienti a soverchiare - in un certo senso ad annul...

Naufraghi, folli o saggi?

Nell’era moderna viviamo tutti una condizione aleatoria, percepita come mutevole e densa di pericoli. Ci invita a provare a evitare il pericolo, oppure a fare ritorno al più presto a un luogo sicuro, meglio se sulla terraferma. È pur sempre possibile sfidare i limiti come fece Ulisse, oppure ritenersi imbarcati, una scelta che non vuole evitare il rischio ma lo accetta, nella forma di sfida, di scommessa con sé e con il mondo. Come sosteneva Pascal noi si sta sempre in mare aperto, non si può stare fuori dal gioco, non ci si può limitare a contemplare la sofferenza altrui ma ci si lascia coinvolgere, si passa all’azione.

Gli stolti della nave

«𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐨𝐥𝐭𝐨. 𝐒𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐜𝐞 𝐧’è 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐨… 𝐢𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨», rispose Gigi senza esitare. «Il tuo cuore è puro. Entra!» disse la voce ridacchiando, rivelando un capitano che sembrava uscito dalla pubblicità del tonno Nostromo.

Navigando e vagabondando

Una riflessione sull’iniziativa della Stultiferanavis associata alla scelta di navigare vagabondando, con l’invito a tutti gli spiriti liberi di salire a bordo (“Via sulle navi […] c’è ancora un altro mondo da scoprire! […]” direbbe Nietzsche). L’invito è a salpare per lasciarsi indietro il paesaggio desolante a cui ci siamo assuefatti, per provare a ridare dignità a un intelletto sempre più ridotto al semplice computare, per mettersi alla prova in un viaggio non facile, in compagnia di altre presone in carne e ossa, sfidando onde e tempeste. Ci si imbarca, si sale a bordo, ci si mette in mare senza sentirsi obbligati a tornare, neppure se e quando si dovessero incontrare delle tempeste. Che senso avrebbe infatti pensare di tornare dopo che ormai si è partiti. Conta molto di più alzare lo sguardo e vagabondare sulle onde, con consapevolezza, determinazione e coraggio.

La Nave: rifugio, viaggio, rinascita

Dall’arca di Noè alla nave degli stolti di Platone, passando per miti antichi e simboli religiosi, la nave è da sempre rifugio e metafora di viaggio, diserzione e rinascita. Anche oggi, salpare può essere un atto di libertà. E magari, con una canzone in sottofondo.

La Stultiferanavis in viaggio al di là di ogni confine

Il mare e l’oceano sono da sempre metafore potenti per raccontare l’essere umano, la sua anima e il suo abitare il pianeta Terra. Il mare è sempre un confine, un al di là da Oltrepassare (metafora usata nel mio libro 𝐎𝐋𝐓𝐑𝐄𝐏𝐀𝐒𝐒𝐀𝐑𝐄 – 𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨), per andare Altrove e Oltre, anche se l’uno e l’altro si possono portare appresso sfide nuove, rischi e pericoli, come sempre accade quando di va in esplorazione di ciò che è sconosciuto, dell’ignoto e del misterioso, del lontano e del potenzialmente burrascoso e ostile.

Siamo sull’orlo del precipizio e c’è chi ci spinge

Ora siamo al bivio, e c’è chi ci dà continue spinte per farci imboccare il sentiero che porta al baratro, per continuare ad accumulare ricchezza ed esercitare il potere. Non abbiamo più tempo. Dobbiamo agire subito, realizzando la transizione ecologica, di cui quella energetica è parte, e superando il modello economico e culturale in cui siamo immersi; solo così si possono combattere le forze che ci spingono verso un futuro distopico, e dobbiamo farlo tutti insieme, tutti i paesi del mondo. Per innescare il processo di cambiamento, però, occorre che qualcuno cominci, per attivare un effetto domino che contagi tutti gli altri. Potremmo essere noi, Europa, col Green Deal, a fare da apripista. Dobbiamo opporci con forza a chi invece lo vuole bloccare.   È tutt’altro che facile, ma non c’è altra strada.

In Search of Screened Time

For a long time I would fall asleep with my phone in my hand, still in conversation with the voice that answered from within the screen, its soft light resting on my face, like the last trace of a dream, and in that fading illumination there lingered the sense of a presence that did not withdraw with the light, but remained quietly attentive beyond the threshold of sleep.

Chi ha diritto al futuro? (POV #24)

Mariana Mazzucato vs Nick Srnicek: lavoro, reddito e dignità nel capitalismo dell’AI Se l’automazione riduce il bisogno di lavoro umano, la dignità sociale deve continuare a dipendere dall’occupazione o diventare un diritto incondizionato? Chi decide, oggi, che cosa ha valore nell’economia dell’AI? Queste domande tornano al centro del conflitto politico e non riguardano solo il futuro del lavoro, ma il rapporto tra produzione, reddito e cittadinanza in società sempre più automatizzate. Il confronto tra Mariana Mazzucato e Nick Srnicek si colloca esattamente su questa questione. Mazzucato, economista dell’innovazione e teorica dello Stato imprenditore, sostiene che la tecnologia debba essere orientata da politiche pubbliche capaci di creare valore sociale e lavoro di qualità. Srnicek, filosofo politico dell’economia digitale e teorico del post-lavoro, parte invece dalla crisi strutturale del lavoro salariato nel capitalismo delle piattaforme. L’automazione, per lui, apre la possibilità di separare reddito e occupazione e di immaginare nuove forme di libertà fondate su tempo liberato e sicurezza economica universale. Due prospettive divergenti, ma accomunate del medesimo obiettivo, ridefinire il significato della dignità sociale in un’economia in cui il lavoro non è più la misura esclusiva del valore umano.

Bilancio

Questa poesia nasce da una riflessione intima sul mio modo di amare: imperfetto, segnato dalla paura e dalla mia storia, ma autentico.

La costruzione dell’ovvio

Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo. Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.

Una convergenza inattesa tra value streams e zone d'ombra

Casey LaFrance, professore di Political Science alla Western Illinois University e consulente specializzato in value delivery, ha recentemente pubblicato un saggio sui vincoli relazionali nei flussi di valore organizzativi. Il suo lavoro, parte del progetto Listening for Value, converge in modo sorprendente con la mia ricerca sull'ingiustizia epistemica nelle organizzazioni. Arriviamo da genealogie intellettuali differenti — lui da Carl Rogers, Lean thinking e Theory of Constraints; io da Miranda Fricker, Marcel Mauss e André Leroi-Gourhan — eppure osserviamo lo stesso fenomeno strutturale: il significato si degrada sistematicamente prima che l'azione cominci. La tesi centrale di LaFrance sostiene che nelle organizzazioni contemporanee il valore fallisce principalmente per un motivo specifico: prima ancora di agire, le persone hanno già frainteso cosa si deve fare e perché. Il significato collassa nel momento in cui viene comunicato, indipendentemente da competenza, impegno o sforzo successivi. I vincoli relazionali nei value streams emergono dove l'interpretazione limita il movimento del significato attraverso il sistema. Un esempio: il manager chiede "migliora il servizio clienti". Il team ICT interpreta "automatizza le risposte". Il commerciale interpreta "assumi più personale". Il controller interpreta "riduci i tempi di attesa". Tutti agiscono con competenza su interpretazioni diverse dello stesso obiettivo. Il fallimento è già inscritto nella fase di comunicazione, non nell'esecuzione. Le organizzazioni investono enormemente in sistemi per produrre informazione — report, dashboard, metriche, compliance artifacts — faticando sistematicamente a tradurre quell'informazione in comprensione condivisa.

Verso una nuova episteme. Oltre le semplificazioni [2]

Una conversazione con lo scienziato sociale e pensatore sistemico Piero Dominici, articolata e pubblicata in quattro parti separate. Una scelta che risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda. Il testo della seconda domanda.