Perché è ora di tornare a parlare di (e con gli) dèi
Gli dèi governano il nostro pensiero. I nostri pensieri sono allegorie del loro stile, non il contrario. Questa affermazione di James Hillman contiene un capovolgimento che oggi suona quasi impensabile. Ma non è sempre stato così: fino al Rinascimento, in una forma o nell’altra, anche l’uomo occidentale sentiva la voce degli dèi. È nel Seicento che interessi ben identificabili hanno deliberatamente messo a tacere il sistema cognitivo che lo rendeva pensabile. Quello che chiamiamo razionalismo moderno è anche, e forse prima di tutto, il risultato di una repressione. Alla quale è ora di ribellarsi.
ΑΡΧΙΤΕΚΤΟΝΙΚΗ ΤΟΥ ΠΡΩΤΑΡΧΙΚΟΥ - Architettura del Primordiale
Questo ciclo è nato da una convinzione: che fosse necessario ritornare alla radice, non per nostalgia, ma per ritendersi prima di scoccare la freccia. La parola «caos» ridotta a sinonimo di disordine, la parola «eros» appiattita su sentimento, la parola «necessità» confusa con costrizione, la parola «terra» trasformata in risorsa da sfruttare, dietro ciascuna di queste riduzioni c’era una Potenza dimenticata, e la dimenticanza non era innocente. Ogni parola maltrattata è una Potenza che non viene più riconosciuta; e ogni Potenza che non viene più riconosciuta non cessa di agire, agisce al buio, senza nome, senza il contenimento che il riconoscimento offre.
L’angoscia e il simbolo
Un dialogo tra Franco Fornari e Byung-Chul Han sulla crisi dell’umano contemporaneo
James Hillman: la psicologia archetipica e l’anima mundi. Dall’archetipo all’archetipico
L’opera e il pensiero di James Hillman si caratterizzano per tematiche e delucidazioni che non erano ancora presenti all’interno della psicologia analitica. Proprio per questo, per differenziarsi dalla psicologia del profondo del suo maestro, Hillman è colui che ha dato vita alla psicologia archetipica. C’è qui una nuova visione dell’archetipo. Ma che cosa vuole intendere Hillman per psicologia archetipica?
Tornare a leggere Gustav Jung
Non siamo macchine che eseguono un programma. Siamo esseri umani che accettano di rivolgere lo sguardo alle ombre, che sondano le zone oscure.
Intervista ImPossibile a Carl Gustav Jung (IIP #31)
L’inconscio artificiale L’intelligenza artificiale riapre una questione che riguarda il rapporto tra immagini e psiche. Le hanno sempre avuto una funzione attiva, orientano il modo in cui pensiamo, attribuiamo senso. Carl Gustav Jung ha costruito il suo lavoro partendo da questa consapevolezza. La sua idea di inconscio collettivo introduce una dimensione condivisa, attraversata da forme ricorrenti che precedono l’esperienza individuale. Gli archetipi sono strutture che organizzano il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Nei sogni, nei miti, nelle narrazioni, queste forme riemergono e danno direzione ai processi interiori.
Homo Narrans e l’Algoritmo Replicante
Le narrazioni hanno accompagnato, e spesso orientato, lo sviluppo della storia dell’umanità, fin dalle lontane origini ai giorni nostri. Infatti, oltre a distinguerci come specie, sono in stretta relazione con l’esecuzione di processi cognitivi, e strumento di espressione della natura umana, e realizzazione del suo potenziale.
Il linguaggio come luogo dell'hexis: Aristotele, Wittgenstein, Foucault
La teoria aristotelica della virtù e la riflessione wittgensteiniana sulla Lebensform lavorano su un suolo comune che le tradizioni in cui si inscrivono tendono a oscurare. Al centro di entrambe c'è una stessa intuizione: che il soggetto si forma attraverso la pratica, e che quella formazione precede e rende possibile ogni riflessione esplicita su ciò che si fa. Portare le due prospettive in tensione, aggiungendovi la ripresa foucaultiana della cura di sé, permette di fare un passo ulteriore verso il linguaggio come luogo in cui quella formazione si compie in modo più pervasivo e meno visibile.
L’umanesimo di Karl Marx
L’unica speranza di salvezza è la salvaguardia del pensiero critico, l’attivazione di un processo di autoriflessione che riporti alla coscienza ciò che è stato rimosso.
La mente bicamerale e l’intelligenza artificiale: un ritorno alle voci degli dèi
La teoria della mente bicamerale, proposta da Julian Jaynes, suggerisce che gli esseri umani antichi operassero attraverso una divisione funzionale del cervello, in cui le decisioni erano guidate da “voci” percepite come divine. Con l’avvento della coscienza moderna, questa struttura si è dissolta, lasciando spazio all’introspezione e all’autoconsapevolezza. Tuttavia, l’emergere dell’intelligenza artificiale generativa solleva interrogativi sulla possibilità di un ritorno, chiaramente metaforico, a una forma di mente bicamerale, in cui le macchine fungono da nuove “voci” esterne che influenzano il pensiero e il comportamento umano. Questo articolo esplora il parallelo tra la teoria di Jaynes e l’interazione contemporanea con l’AI, analizzando le implicazioni cognitive e culturali di questa evoluzione.
La natura tra il prospettivismo amerindiano e la psicologia archetipica
Lo scopo di questo documento è quello di descrivere ciò che si intende per natura a partire dal pensiero antropologico di Eduardo Viveiros de Castro e psicologico di James Hillman. Considerata in Occidente come una realtà unica, oggettiva ed esterna all’essere umano, nei due pensatori la natura diventa molteplice e viva. Nel prospettivismo amerindiano di Viveiros de Castro essa si crea a partire dai differenti punti di vista dei soggetti che si guardano (uomini, animali ecc.,): ognuno immerso nella propria realtà naturale. Nella psicologia archetipica di Hillman, la natura intesa come psiche, trova la sua dimensione in un contesto pluralistico, attraverso i concetti di Anima mundi e di politeismo psichico.
Labirinti e metaversi
Non tutti i labirinti sono uguali, imparare a conoscerli e capirli è indispensabile, soprattutto perché il labirinto moderno è ibridato tecnologicamente, è diventato digitale e virtuale, cognitivo e psichico. A differenza del labirinto di Cnosso, dal percorso pauroso ma lineare e di quello unicursale che porta a qualche centro o punto cieco, il labirinto digitale non è un’esperienza esistenziale (incontro con il Minotauro, prove da superare, ecc.) ma è mediato e condizionato dalla parzialità e limitatezza degli spazi sperimentati che impediscono ogni visione globale. È contagioso, virale, porta alla cecità (leggete Saramago) e quindi a muoversi a tentoni. Per questo è inutile cancellarsi dai social o staccare la spina.
Itinerario del ritorno ai miti greci
Per tornare a vivere, la mitologia deve essere ricollocata nel suo medium originario, quell'ambiente in cui "suonava" ancora, suscitando risonanza dentro e fuori.
Emotions as the Engineers of Temporal Memory
Prendiamo esempio dai bambini e apriamoci all’altro: facciamo gli attaccabottone.
I bambini e le bambine vivono nel “qui e ora”, non hanno bisogno di tempi lunghi o di formalità per costruire legami: la voglia di giocare insieme e divertirsi basta per essere amici. La bellezza e la spontaneità di tutto ciò si fonda sull’essenzialità e la condivisione pura del momento presente.
L'IA Ci Presenta il Conto. Non Sono Sorpreso.
Chi ha vissuto l'alba dei social sapeva già come sarebbe andata a finire. Il copione è identico, cambia solo la posta in gioco. Quando hanno cominciato a circolare le notizie sui bilanci di OpenAI, molti hanno alzato le mani al cielo scandalizzati, come se qualcuno avesse loro sottratto qualcosa di prezioso senza preavviso. Io invece ho fatto quello che faccio spesso davanti alle grandi rivelazioni del mondo digitale: ho annuito, lentamente, con quella soddisfazione amara di chi ha già visto questo film.
Νύξ δμήτειρα — La Notte domatrice degli dèi e degli uomini
C’è un gesto antico che nessuna tecnologia della luce può replicare e nessuna accelerazione può sostituire: alzare gli occhi verso il cielo nel momento in cui le ultime luci si spengono e la Notte, come scrive Hölderlin, viene piena di stelle e ben poco preoccupata di noi. In quel gesto non c’è nostalgia, non c’è rifiuto della modernità, non c’è arcaismo sentimentale: c’è l’accettazione della soglia di bronzo, il riconoscimento che l’alternanza tra visibile e invisibile non è un problema da risolvere ma il ritmo stesso dell’essere.
Il Cursore Lampeggiava e Io Non Avevo Paura
Quarant'anni a braccetto con l'informatica, e adesso arriva lei: l'intelligenza artificiale. Che non è la fine della storia. C'era una volta un cursore che lampeggiava nel buio. Ricordo ancora il momento esatto in cui ho capito che la mia vita sarebbe stata per sempre diversa da quella degli altri, e non parlo di una rivelazione mistica né di uno di quegli episodi che nei film vengono accompagnati da violini commoventi e luce radente sul viso del protagonista, perché la realtà era molto più concreta, molto più rumorosa e profumava di plastica riscaldata e di quel particolare odore chimico che avevano i primi computer quando li accendevi e sembrava quasi che anche loro avessero bisogno di qualche minuto per svegliarsi, proprio come noi la mattina.
Tracciare corpi, fabbricare consenso: la computer vision urbana e la sua doppia destinazione
Vengo da una formazione militare nelle telecomunicazioni, e ho passato alcuni anni a comandare un centro dove il problema quotidiano era distinguere il segnale dal rumore. Scrivo di questo, di come gli strumenti decidono cosa si riesce a vedere e cosa resta in ombra, perché è il terreno che conosco. Resto lontano da ogni materia coperta da riservatezza, e mi muovo dentro i limiti della competenza tecnica che ho acquisito sul campo. Il punto di osservazione che propongo è quello di colui che ha visto da vicino l'architettura interna dei sistemi, prima ancora del loro effetto sociale.
Val Di Tara. La Valle dove i bambini non dovevano sapere
E' di due giorni fa la agghiacciante approvazione del DDL che vieta o rende difficile e mediata la educazione sessuale e affettiva dei nostri bambini, giovani e ragazzi. Sto cercando di superare la rabbia e lo schifo attraverso la scrittura di una fiaba allegorica. Buona lettura.
GEREM.IA
Mio racconto di fantascienza
Sineddoche, Metonimia e Antonomasia
Punti di contatto fra figure retoriche
Metafora e Allegoria
Punti di contatto fra figure retoriche
L'arte dell'intuarsi. Dante, salute mentale e la responsabilità di entrare nel mondo dell'altro
La responsabilità collettiva non nasce nelle istituzioni, ma nel modo in cui una persona incontra un'altra persona. Non può esistere un'etica dell'intelligenza artificiale se prima non esiste un'etica della relazione umana. La più importante forma di prevenzione della sofferenza umana inizia quando impariamo a vedere nell'altro una persona e non una funzione. Che cosa accadrebbe se la più importante infrastruttura di una società non fosse tecnologica, economica o politica, ma relazionale? Attraverso il concetto dantesco di intuarsi e inmiarsi, questo articolo propone una riflessione sul rapporto tra salute mentale, educazione, responsabilità collettiva e qualità delle relazioni umane, sostenendo che il futuro delle nostre comunità dipenderà sempre più dalla capacità di riconoscere nell'altro una persona e non semplicemente una funzione, un ruolo o una statistica.
L’uomo che inventò la macchina per vedere i mostri (e perché potrebbe servirci)
Nel modello matematico dello psicologo cognitivo Donald Hoffman, la realtà è una matrice infinita di stati possibili di cui ciascun osservatore percepisce solo una finestra. La coscienza incarnata è solo una delle tante tipologie di osservatore, e tra le più limitate. Più che possibili, secondo questo modello forme di coscienza invisibili alla nostra banda percettiva sono altamente probabili. La scienza occidentale non ha ancora inventato nessuna tecnologia per interagire con loro, ma le grandi tradizioni del passato sì. In una fase in cui ci accingiamo a ridefinire il concetto di coscienza e il suo ruolo nell’universo, potrebbe essere il momento di riscoprirle.