La forza del ricercatore debole

Il ‘ricercatore debole’ è vicino al ‘poeta romantico’. Per entrambi l’idea di un ordine riconducibile a schemi è una costrizione che esclude porzioni troppo grandi del sistema vivente (Whitehead 1925). Per entrambi ciò che conta innanzitutto è l’abduzione, l’incessante riformulazione di ipotesi interpretative, di nuove letture del mondo. Per entrambi il punto di partenza sta nell’affermare il valore della diversità. Per entrambi la sensibilità soggettiva, che si manifesta come scostamento dalla regola, è la principale ricchezza. Per entrambi gli strumenti di osservazione non sono dati a priori, ma sono da scoprire di volta in volta a seconda della situazione, strettamente legati all’oggetto di indagine. Entrambi sono disposti a lasciarsi sorprendere. Entrambi accettano e tentano di comprendere il mistero, il segreto, l’occulto, il crimine.

La poesia come officina della saggezza?

La rottura cartesiana ha spaccato il tessuto della nostra conoscenza, separando la mente dal corpo, lo spirito dalla materia. Sulla sua scia, la natura è diventata un'estensione muta, misurabile ma senza voce, e l'io un osservatore tamponato, sovrano ma estraniato. Il mondo non si rivolgeva più a noi; Significa ritirato dietro la calcolatrice.

Si può ancora parlare?

I rapporti fra gli individui sono diventati così schermati che ogni virgola fuori posto può essere percepita come un attacco distruttivo all’imperante ego di ciascuno. Il commento, la critica, il giudizio (quelli motivati, costruttivi, competenti) non hanno più diritto di cittadinanza perché vengono immediatamente percepiti come aggressioni, pregiudizi, distruzioni. Di fatto in tanti hanno talmente abolito il pensiero che non sanno più distinguere, appunto, tra un giudizio benevolo e una cattiveria. Si è proprio eliminata la capacità di giudizio.

E’ ancora possibile capirsi?

L’infrastruttura che ha guidato tutti i processi storici e sociologici è sempre stata il linguaggio; in questo senso, il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’architettura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, forme di legittimazione del potere ma, soprattutto, narrazioni collettive.

Sette modi di pensare al pensiero: una riflessione filosofica ed epistemologica

L’arte di pensare è una delle caratteristiche più distintive dell’essere umano, ma al tempo stesso una delle più complesse. Riflettere sul pensiero significa affrontare una duplice sfida: capire come formuliamo idee, decisioni e strategie, e comprendere i limiti e le distorsioni insite nel nostro modo di ragionare. Questo articolo, ispirato sia alla pratica manageriale sia alla tradizione filosofica, esplora sette elementi fondamentali del pensiero, connettendoli a riflessioni epistemologiche e filosofiche di ampia portata.

L'ignoranza come sapienza: riflessioni sull'arte di non sapere nel governo dei progetti

Esiste un paradosso al cuore dell'esperienza manageriale contemporanea che merita una riflessione più profonda di quella che solitamente gli riserviamo. Osservo da anni, nelle sale riunioni e nei corridoi delle aziende dove si decidono le sorti dei progetti, un fenomeno curioso: più informazioni accumuliamo, più sembriamo perdere la capacità di comprendere. Più strumenti di misurazione raffiniamo, più ci allontaniamo dalla sostanza di ciò che dovremmo misurare. Non si tratta della banale osservazione che "troppa informazione confonde" — questa sarebbe una critica superficiale che non coglie la natura più sottile del fenomeno. Si tratta piuttosto di riconoscere che l'ignoranza, in molti contesti organizzativi, non è un accidente ma una costruzione deliberata, una forma di sapienza mascherata che permette al sistema di funzionare secondo logiche che altrimenti entrerebbero in crisi.

Chi custodisce il "bene dell'umanità"?

Il 27 aprile 2026 si è aperto a Oakland, in California, il processo che vede Elon Musk contro OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman. Musk, cofondatore e primo finanziatore dell'organizzazione nel 2015, accusa Altman di aver tradito la missione originaria: nata come fondazione senza scopo di lucro per sviluppare l'intelligenza artificiale a beneficio di tutta l'umanità, OpenAI si sarebbe trasformata in un veicolo commerciale strettamente legato a Microsoft. Musk chiede danni miliardari e la rimozione di Altman dalla guida dell'azienda. Una giuria popolare dovrà decidere. I giornali lo raccontano come un duello. Da una parte Musk, l'uomo più ricco del mondo, sempre più controverso. Dall'altra Altman, il padre di ChatGPT, l'uomo che ha portato l'intelligenza artificiale nelle case di tutti. In mezzo, una causa miliardaria e quella che molti definiscono la battaglia per l'anima dell'intelligenza artificiale. Forse troppo bene. Il duello tra due miliardari ha il vantaggio di essere semplice, visivo, adatto ai titoli. Ma riduce a una questione personale qualcosa che personale non è. La vera posta in gioco non riguarda né Musk né Altman. Riguarda una domanda che nessuno dei due ha mai avuto interesse a rispondere: chi custodisce il bene dell'umanità, quando a prometterlo è un'azienda privata?

Lo sguardo dei manager italiani sulla Gen Z

L'arrivo della Generazione Z nelle organizzazioni ha generato una mole di discorsi manageriali, toolkit e programmi dedicati. Questo articolo sposta lo sguardo: dall'oggetto osservato (i giovani lavoratori) al soggetto che osserva (manager, funzioni HR, dispositivi organizzativi). Attraverso una lettura critica che attinge a Boltanski e Chiapello, Standing, Crouch, Fleming, Edmondson, Fraser, Honneth, Sennett e Latour, il contributo esamina come categorie diffuse — purpose, psychological safety, organizational citizenship, wellbeing, sustainability — funzionino spesso come dispositivi di neutralizzazione del conflitto e di psicologizzazione di problemi strutturali. Vengono discussi i fenomeni di DEI washing e purpose washing, la dimensione redistributiva (sistematicamente elusa nel discorso people), la differenza tra comunità organizzativa come retorica e come progetto istituzionale. La tesi: la Gen Z non è una sfida generazionale, ma una lente diagnostica che rende visibili scarti già presenti tra rotta dichiarata e rotta effettiva delle organizzazioni contemporanee.

Diamo voce alla Generazione Z

La vittoria del No nel referendum sulla giustizia è stata possibile grazie ai ragazzi della generazione Z. Chi ha a cuore la democrazia ora sa che deve costruire un rapporto con loro. Ma, per costruirlo, deve ascoltarli, mentre finora la classe politica li ha praticamente ignorati.

Bernie Sanders vs. claude: l’ia stessa ci avverte della propria pericolosità

Oligarchia algoritmica: quando le Big Tech esercitano un potere politico senza mandato democratico. Bernie Sanders interroga l'IA. Quando l'Intelligenza Artificiale ammette i propri rischi. Un’analisi del faccia a faccia tra Bernie Sanders e Claude (Anthropic), dove la privacy smette di essere un tema tecnico per diventare una questione di sovranità politica. Dalla profilazione invisibile al micro-targeting elettorale, ecco perché il potere delle Big Tech sta scivolando verso una forma di oligarchia privata senza mandato democratico.

Arte e intelligenza artificiale: (POV #32)

Brian Eno e Refik Anadol: tra ambienti generativi e immaginazione dei dati. Se l’esperienza è sempre più mediata da sistemi che apprendono e producono forme, quale margine resta per una percezione che non sia interamente prefigurata? E quale ruolo può assumere l’arte nel rendere questo processo intelligibile, senza ridurlo a spettacolo?

Overtourism = game over?

L’hanno chiamato overtourism e in questo articolo si sostiene che continuare a farlo prosperare significherà game over per tante città italiane, a cominciare da Firenze, perché questo paradigma sta profondamente erodendo alla radice l’identità di quei luoghi.

Tutti ricchi su Substack? Aritmetica di una promessa: indagine casuale su cinque articoli e una perplessità.

Questo articolo non sarebbe esistito senza una conversazione di alcuni giorni fa con Francesco Varanini, una di quelle conversazioni amichevoli in cui due persone si trovano a tornare, quasi senza accorgersene, sullo stesso punto dolente. Il valore dello scritto, soprattutto come testo stampato, libro, articolo di giornale, materia che pesa fra le mani di chi legge insomma. Più precisamente, parlavamo del perché chi scrive sia motivato a scrivere. La risposta più ovvia, i soldi, è quella che si esaurisce in fretta nella conversazione: chi scrive per soldi, e per quello soltanto, lo si capisce dopo poche pagine, e produce, di solito, quella letteratura che si trova nelle aree di servizio dell'autostrada, dove il prodotto editoriale è funzione del traffico di clienti già intontiti dai prezzi esorbitanti per un cappuccino e una briche e della velocità di acquisto che diventa azione necessaria mentre come a Knosso di cerca la via d'uscita per tornare alla propria vettura. Si tratta di un comparto legittimo del mercato editoriale, ovviamente. Esiste, però, una seconda motivazione, meno facile da esibire e meno facile da liquidare. C'è chi scrive perché sente il bisogno di ritrovare sé stesso, di dire la propria in un sistema che impone, ogni giorno con strumenti sempre più sofisticati, l'appiattimento del cervello sulla forma breve, sulla risposta automatica, sull'opinione preconfezionata. La scrittura, in questa seconda accezione, è una pratica di resistenza cognitiva, prima ancora che di comunicazione. Si scrive per pensare, e si pensa scrivendo.

La domanda di Alfonso Cariolato

Alfonso Cariolato è un filosofo italiano il cui lavoro si muove lungo una linea di ricerca attenta alla trasformazione delle forme dell’esperienza contemporanea, in particolare nei punti in cui soggettività, tecnica e linguaggio entrano in tensione. La sua scrittura mantiene un rapporto costante con la tradizione filosofica, senza assumerla come repertorio da commentare, ma come campo di forze da riattivare criticamente, spesso attraverso un confronto serrato con autori come Baruch Spinoza e Jean-Luc Nancy. Nei suoi interventi emerge una particolare attenzione per ciò che eccede le forme stabilizzate del pensiero, per quelle soglie in cui il senso non è ancora del tutto articolato, ma già insiste, chiedendo di essere pensato. In questo quadro, temi come l’esposizione del corpo, la costituzione del soggetto e le condizioni tecniche della produzione di immagini e discorsi vengono affrontati evitando sia il rimpianto per forme perdute, sia un’adesione acritica al presente. Il suo lavoro si colloca così in uno spazio di interrogazione in cui le categorie classiche della filosofia vengono messe alla prova dai dispositivi contemporanei, senza che ciò conduca a una loro semplice dissoluzione. Piuttosto, ne emerge una pratica filosofica che insiste sulla necessità di ripensare i rapporti tra esperienza, finitudine e senso, mantenendo aperta la domanda su ciò che, nel presente, continua a chiedere ascolto.