“…perché sei un essere speciale - ed io avrò cura di te…” (Franco Battiato)
La dimensione della gentilezza visitata nei contesti più diversi ha una consistenza che spesso porta contorni e spessori che non sempre risuonano all’unisono, rischiando di creare fraintendimenti su questa qualità che diventa un valore che connota uno stile esistenziale.
Una modalità per parlarne è andare per esclusione. Così abbiamo raccolto cosa non voleva dire per noi quel termine. Non voleva significare dire sempre sì, non voleva essere semplice buona educazione, non voleva dire diventare una persona di cui tutti poi si approfittano. Ci siamo accordati su una sintesi efficace: per noi gentilezza voleva dire trattare bene e, irrinunciabilmente, trattarsi bene. Anche qui però era alto il rischio di cadere nei conosciuti stereotipi comuni all’uso della parola gentilezza.
Allora eccoci ancora impegnati ad approfondire questo tema, a cercare di lenire quella sottile o spessa sofferenza che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita ha provato: quella di essere ignorato, negato, non considerato, spesso non ascoltato, mortificato, a qualche livello, in qualche dimensione.
Nella gentilezza la parola che per noi risuona è interesse, per essere più precisi, doppio interesse (Martha Nussbaum). Quell’espressione inglese “I care”, che lascia per un attimo nello spazio dell’inspirazione, nello spazio dentro, quello che c’è prima di pronunciarla questa frase. Privilegiamo l’espressione “I care” rispetto a “A me interessa”, perché la parola “care” vuol dire cura e si presta meno al dubbio che ci sia un interesse come convenienza, opportunismo o similari. È la cura della relazione che a noi interessa, è il prendersene cura quello di cui ci vogliamo occupare. Ma non a livello terapeutico, per questo ci sono professionisti e spazi dedicati.
Noi stiamo parlando della cura delle relazioni quotidiane, quelle che occupano i nostri spazi affettivi in qualunque dimensione, partner, figlio, amico, amica, collega, capo. Spazi professionali e spazi personali con pochissime distinzioni, se non quelle che il contesto operativo considera, ma mai gli abusi di potere, la prevaricazione, l’arroganza e la prepotenza. Le posizioni non simmetriche che sembrano legittimare il non considerare l’altro, la persona in posizione subalterna, ignorandolo, negandolo, non rispondendo alle sue richieste, alle sue sollecitazioni.
“A me interessa”; già “a me importa” dà una sensazione di maggiore significato del senso della relazione. Qui entra in gioco l’importanza. Cosa si prova quando ci si sente importanti per qualcuno? Per un attimo socchiudi gli occhi e immagina che la persona a cui tieni di più possa dirti “per me sei importante” o se vuoi “sei importante per me” e magari non te lo dica quando te ne stai andando, quando ti sta perdendo, ma te lo dica spesso, ogni giorno, ogni volta che è possibile. Adesso!
Può essere facile andare nell’eccesso di questa interpretazione o obiettare che così si possa diventare un vampiro di attenzione. Una persona che vuole essere al centro, avere ogni riflettore puntato su di sé continuamente, sempre.
Quale è la vera importanza a cui vogliamo riferirci? Quella che a nostro avviso dovrebbe riguardare ogni essere umano nella sua unicità. Quell’importanza che dà il pieno diritto e la libertà di esistere. Quell’importanza che ti fa sentire riconosciuto, apprezzato per le cose che dici, per le tue proposte, le tue considerazioni, anche le tue azioni o le tue intenzioni. Quell’importanza che impedisce di mortificarti anche quando c’è disallineamento o divergenza nella relazione. Quell’importanza che va anche oltre tutto questo, che ti attribuisce questa condizione non in funzione di ciò che fai, ma perché sei.
Una carenza di questa dimensione si avverte in maniera singolare ancora nella convivenza dei due generi e non solo in ambito professionale, ma e forse soprattutto fra le mura domestiche. La persistente supremazia maschile che rischia di verticalizzare le differenze e sottolineare una posizione asimmetrica dove ormai per consuetudine quando parla un uomo ha maggiore attenzione, subito credibilità e spazio di ascolto. La donna deve ancora un po’ arrancare e comunque i parametri di importanza, di considerazione, di rispetto e di accoglienza, segnalano ancora forti diversità. Lo si evidenzia nelle condizioni di solitudine non scelta, la vedovanza ad esempio, dove la donna può perdere di status anche all’interno della sua famiglia. Muore l’uomo, il padrone di casa, muore con lui un po’ il senso della radice della famiglia. La casa non è più il luogo di riferimento. “La donna diventa più mobile”. La si può strappare da ogni possibile tradizione! Se non anche maltrattare!
Da qualche tempo abbiamo scelto di andare oltre l’uomo e la donna, oltre il maschile e il femminile, focalizzando la nostra attenzione su caratteristiche maschili e caratteristiche femminili. Tutte appartenenti a ciascun essere umano, a prescindere dal genere. Diversi nostri interventi mirano a portare alla luce le seconde rispetto alle prime, ma non per creare contrapposizione, bensì per facilitare l’emergere di caratteristiche come la capacità di cura e di accoglienza, la sensibilità, la tenerezza, la dolcezza, la comprensione, la compassione in una funzionale integrazione con il rispetto, il coraggio, la determinazione, la forza. Perché nessuna di queste caratteristiche e forse altre possono generare pregiudizi scomodi se vengono attribuiti all’uomo o alla donna. Così un uomo può avere dolcezza, tenerezza e una donna può avere forza e determinazione.
Sibilla Aleramo in “Andando e stando” nell’agosto del 1946 scriveva: “Uomini e donne vivono accanto da millenni, ma tanto poco si conoscono, tanto poco tentano di conoscersi, di intendersi, di creare zone profonde d’armonia, anziché cercare di sopraffarsi, di imporsi gli uni agli altri! Tanto poco si sorridono dall’intimo del loro essere. Non provano tenerezza se non superficiale, transitoria. Sono incapaci di ricominciare ogni mattina l’opera di paziente, vicendevole conquista, e di innalzare ogni sera l’inno di ringraziamento per l’esistenza della persona cara che la sorte ha dato loro d’incontrare.
Non amano. Non amano neppure se stessi. Cresceranno?
Diverranno un giorno, queste larve, veramente donne e uomini?”
Creare relazioni autentiche - Nutrire il cuore con i frutti dell’albero della gentilezza
L. Canuti A.M Palma FrancoAngeli