Meditando, riflettendo, ci rendiamo conto di come oggi viviamo sottoposti ad una restrizione dell'ottica, dell'ampiezza del nostro sguardo. Viviamo sussunti a regole contenute in macchine. Viviamo chiedendo lumi a macchine. Osserviamo in mondo attraverso macchine.
Ci specchiamo in gemelli digitali. Conosciamo il mondo attraverso 'dati'.
Ci diciamo che 'non esiste umano senza macchina'. Cerchiamo di convincerci che 'è sempre stato così'. Ma sappiamo che dicendoci questo inganniamo noi stessi.
La macchina che ci impone le restrizioni che oggi subiamo è la macchina digitale, computazionale, che prima del Ventesimo Secolo non esisteva.
Solo la macchina detta 'computer' porta con sé l'idea che la macchina possa sostituire l'umano.
Solo la macchina detta 'computer', allo stesso tempo, porta con sé l'idea che il pensare è l'eseguire ciò che sta in un Libro delle Regole già scritto.
Siamo succubi di una ideologia che, a partire dalla presenza di questa macchina, pretende di ricostruire a ritroso la storia del pensiero e della conoscenza.
Sta a noi mantener vivo un pensiero che non contempla macchine pensanti, e che non considera noi stessi macchine pensanti.
Solo recuperando una saggia distanza dalla macchina potremo vivere liberamente la presenza di macchine.
Siamo succubi di una ideologia che, a partire dalla presenza di questa macchina, pretende di ricostruire a ritroso la storia del pensiero e della conoscenza.