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“Frammenti da un mondo improduttivo” è la mia prima raccolta di poesie. Contiene poesie che sono state scritte in un arco temporale che va dalla metà del 2019 fino agli inizi del 2025. Sono poesie che nascono dentro un mondo improduttivo e da esso si distaccano come frammenti che chiedono udienza ed esigono rappresentazione. Le cose, gli elementi di cui queste poesie trattano, sono quelle che il mondo attuale ritiene superflue, non necessarie, ma, proprio per questo, assolutamente vitali.

… le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. - (Eugenio Montale, Satura, Xenia II)

Compito dello sguardo che s’offusca non è sognare o piangere, è vegliare come un pastore il gregge e richiamare ciò che rischia di perdersi nel sonno

(Philippe Jaccottet, Il lavoro del poeta, tratto dalla raccolta L’ignorante)

 

Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi. Non so quindi cosa farmene di un mondo creato con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo. Detesto tutto di esso: la fretta, il frastuono, la volgarità, l’arrivismo. Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù. - (Pier Paolo Pasolini)

 

Amore, amore, come sempre

vorrei coprirti di fiori e d'insulti.(Vincenzo Cardarelli, Attesa)

 

Prendi per buona l’indicazione,

salva almeno il verso, il cenno

se vuoi buttar via la poesia come forma di vigliaccheria:

un’ennesima, mutata ma sempre uguale

fioritura della ripetizione e della morte

struttura e tessitura dell’orto

sfrigolio del passaggio stellare.

Particella e fase del capitale

(Paolo Volponi, Canzonetta con rime e rimorsi)


Sinossi della raccolta

Frammenti da un mondo improduttivo è la mia prima raccolta e contiene poesie che sono state scritte in un arco temporale che va dalla metà del 2019 fino agli inizi del 2025.

Il punto di partenza della “riflessione poetica” qui condotta si può far risalire alla seguente considerazione. La società capitalistica odierna, a maggior ragione dopo la recente accelerazione dell’intelligenza artificiale, ha sancito il definitivo venir meno dell’infinità totalità dell’essere umano, determinando un accentuarsi della rottura tra “ragione” e “sentimento” tra razionalità e corporalità. Sembra, anzi, che la dicotomia originaria insita nella formula della distinzione tra lavoro e capitale, si sia traslata sull’animo e sulla psiche umana, determinando una separazione ormai netta tra mondo “interno”, delle percezioni e dei sentimenti e mondo “esterno”, delle cose, del fare, della natura.

L’intelligenza artificiale, sempre più, vorrebbe cullare il “falso mito” della separazione tra mente e corpo, tra pensare e fare, abituandoci erroneamente a ritenere che tale separazione vada interpretata come un nuovo Eden, permettendo all’uomo di liberarsi dal fardello del “fare”, affidandolo alle macchine. Ma risulta, sempre più evidente, che non trattasi di una liberazione, ma anzi di una modalità, ulteriore e subdola, che acuisce lo stato di alienazione in cui vive l’uomo moderno.

Si tratta, dunque, di realizzare uno “sforzo poetico” teso a recuperare, nei limiti del possibile, questa sorta di “originaria unitarietà”. Una ambizione smisurata e disperata, visto che anche lo stesso atto di scrivere è irrimediabilmente infettato dalle dicotomie e dalle separazioni che abbiamo evidenziato. Tuttavia, se esiste un linguaggio che ancora possa tentare questa impresa è molto probabilmente quello della poesia. La poesia, infatti, è per sua natura, e pur consci delle semplificazioni qui operate, un linguaggio che rifiuta o revoca in dubbio la “normalità”, ciò che “si vede”, mette in questione il principio di ordine e semplificazione che la società odierna vorrebbe imporci, affidandosi, per molti versi, ad un principio di pre-razionalità, a volte anche avente un carattere regressivo, di scarto dalla realtà di tutti i giorni.

Questa raccolta, lo dico chiaramente, non privilegia un approccio unico o ideologico, tenendo al suo interno “frammenti” più decisamente “lirici” (Notte marina, Il giro dei giorni, Fu una sera, ma anche altre), alternandoli, volutamente, con testi, più prosaici, a volte quasi una sorta di “manifesto” (si vedano, in particolare, Tassonomie, Provocatoriamente un nuovo inizio). Al limite, quella ambizione di cui dicevamo, si esprime, in poesie in cui si prova a sperimentare una scrittura più diretta, non mediata dalla ragione, ma semmai di contaminazione (si vedano La casa bottega e Qualcosa deve essere andato storto), ricorrendo in questi casi ad un procedimento di enumerazione (Elucubrazioni in cucina), accumulazione, o giustapposizione (si veda ancora, Qualcosa deve essere andato storto).

Le differenti modalità poetiche partono tutte, comunque, dalla necessità di porsi in una posizione di “scarto”, di silenzio, che consenta di cogliere e rappresentare, in maniera incompleta e non sempre lineare e risolta, le contraddizioni e le incongruenze di quella infinita totalità.

Da questa prospettiva, da questo mondo improduttivo, si staccano, allora, “frammenti” che si impongono all’atto poetico, che chiedono udienza ed esigono rappresentazione. Le cose, gli elementi di cui queste poesie trattano, sono quelle che il mondo attuale ritiene superflue, non necessarie, ma, proprio per questo, assolutamente vitali. Stiamo parlando di un mondo inerte, cose lente, che hanno a che fare con il dubbio e con la negazione (vedi Tassonomie, Oggetti di lavoro) piuttosto che con affermazioni.

Una poesia che, dunque, si pone “ai margini, senza essere mai marginale” (Riunione di lavoro e altro). È da questa posizione che è possibile veramente capire, veramente comprendere. Solo così, dallo sguardo che si sottrae, che si ritrae, che si offusca, come dice Jaccottet, è possibile cogliere, almeno per un attimo, i barlumi, le rivelazioni che ci mostrano la “realtà” che sta dietro a quella che vediamo tutti i giorni. Sottrarsi, dunque, per guadagnare quella prospettiva (vedi Sottrarsi), quello spazio vitale per poter affermare la parola poetica.

Queste poesie coltivano il dubbio ed intendono rappresentare il “dolore”, l’alienazione del vivere moderno (Pomeriggio cittadino), l’indifferenza di vivere (Notte marina) che deriva, in ultima analisi, dall’impossibilità di ricostruire quella perduta totalità originaria.

Questa impossibilità investe tutto, anche l’amore ormai, anch’esso sempre più assediato da istanze di “efficienza” di “raziocinio”; se un recupero della sua “genuinità” è possibile, esso è da ricercare in un elemento di “verità corporale”, di vitalità quasi carnale (Ho fame di te, Cacciatore affinato).

In tutto questo, un posto di rilievo è occupato dal tema del recupero della memoria (La casa bottega, Ricordare, Frammento notturno di un’estate, Vento di Acciaroli ed altre), certo non un tema nuovo nella poesia. E, tuttavia, un tema che, a mio avviso richiede una nuova centralità in un mondo, dominato ormai dall’IA, che tende a sottolineare solo aspetti efficientistici e raziocinanti. Che tende a fare della memoria una premessa di “funzionamento” degli algoritmi di intelligenza artificiale, perdendo il concetto di memoria come “ricordo”, come nucleo affettivo, costituente fondamentale dell’identità.

Altro tema, sotteso a tutta la raccolta, è la profonda critica della odierna società capitalistica, in particolare del moderno contesto degli ambienti di lavoro nelle organizzazioni contemporanee, colti e denunciati come uno degli elementi primari dell’alienazione dell’uomo di oggi (si vedano, tra le altre, Cerco da tempo, Spesso i mali del budget ho incontrato, Oggetti di lavoro, Mattino in metro, Riunione di lavoro ed altro, Vita da palombaro).

In sintesi, perdita della infinita totalità dell’essere umano, alienazione derivante dagli schemi e dai meccanismi dell’odierna società capitalistica delle macchine, dolore e indifferenza di vivere, il tema del recupero della memoria come identità, dell’amore anch’esso al tempo delle macchine: questi in estrema sintesi i temi principali di questa raccolta che si snoda in 72 poesie.

Quale è una possibile conclusione per così dire, ammesso che una conclusione sia possibile e necessaria? Sicuramente, nessuna conclusione è possibile che possa minimamente somigliare a una illusione o a qualcosa di conciliante o rassicurante. Quello dell’alienazione dell’uomo moderno, accentuata sempre più dalla società delle macchine, è un dato di fatto da cui non si sfugge. Parafrasando un famoso sociologo, il capitalismo ha vinto, dobbiamo solo evitare che possa stravincere.

E per farlo una possibile strada, benché incerta, claudicante ed incompleta, è quella di recuperare quanto di “umano” ci porta il linguaggio della poesia.

“È troppo bello il mondo, avete ragione, il mio è solo lo sguardo di chi nega e non sa più amare.

Scordatevi il mio nome, vi dico, in me si riassumono le voci mute del mondo.

Il mio è lo sguardo dei disillusi.

Da dove sono io tutto risulta chiaro, tutto risulta vano.

Io vi parlo dall’ineffabilità del silenzio.

Ma da questo silenzio parto in cerca di una nuova parola di senso”


Note biografiche

Mi chiamo Antonio Di Benedetto, sono a nato a Siano (SA) il 27 giugno 1974, ho quasi 51 anni e questa è la mia prima raccolta di poesie. Laureato in Economia, vivo a Roma dove lavoro, sono sposato con Anna, prima amica e poi mia compagna di una vita, ed ho due figli, Sabato Daniele e Ludovico Pio: il primo, la mia parte “chiara”, il secondo la mia parte “scura” (ammesso che chiaro e scuro possano esistere l’uno senza l’altro).

Della provincia ho conservato le malinconie e quello sguardo “obliquo” sulle cose, sempre in ritardo, forse, ma teso ad analizzare in profondità, prendendosi il tempo necessario. Odio la fretta e tutti i suoi derivati e corollari e ritengo che gran parte dei problemi della società odierna nascano da un frainteso senso di efficientismo.

E, tuttavia, sono, per i casi del destino, forse per una moderna legge del contrappasso, manager di una grande società di consulenza, dove mi occupo di “risorse umane” (qualsiasi cosa voglia questo ormai dire e dicendolo, comunque, con molto pudore).

Definito da qualche mio capo, una personalità “debordante” e non facilmente riconducibile a schemi, sicuramente un po' eretico, ho sempre cercato di praticare l’onestà intellettuale e di mantenere sempre acceso il fuoco vivo della mia parte “non razionale”.

Appassionato di letteratura in genere ed in particolare di poesia, che ho sempre letto e “praticato”, questa mia prima raccolta mette a nudo me stesso, le mie fragilità, le mie contraddizioni, il mio essere tutto e niente, e, cosa ancora più incredibile al giorno d’oggi, lo fa per intero, senza pudore e senza infingimenti.

Ovviamente, le mie poesie sono “mie”, ma non esauriscono me stesso: per cui, per favore, vi chiederei anche di non fare dello psicologismo spicciolo (altra cosa che proprio non mi piace della società di oggi) e non confondere la poesia con l’autobiografia personale e sentimentale. Questa raccolta di poesie in tal senso è anche il frutto di una riflessione intellettuale sulla poesia “al tempo delle macchine”, per cui si è anche nutrita di un costante confronto e scambio intellettuale con tanti poeti con cui, come si dice, sono in debito. In primis, Montale (e come potrebbe essere diversamente?), ma poi, in particolare, Fabio Pusterla, Philippe Jaccottet, il grandissimo Paolo Volponi, tra gli altri.

Non aggiungo altro, mi sono dilungato anche troppo.

Buona lettura e grazie per prendersi il tempo di leggermi!


Frammenti da un mondo improduttivo

La produzione di sé

 

…l’apertura della macchina artificiale è soltanto funzionale.

Si vede quindi apparire una distinzione fondamentale tra ciò che è ontologicamente ed esistenzialmente aperto e ciò che è aperto solo funzionalmente.

L’essere vivente si alimenta in materia/energia, non soltanto per lavorare, ma anche per esistere...

L’essere vivente non può mai cessare di essere aperto, non può in alcun modo sottrarsi al flusso- (Edgar Morin, Il metodo, La natura della natura) 

 

Mi apro, mi fletto, mi rifletto, mi estrofletto, mi difetto, sono aperto, infetto bellezza, sanguino vita, genero vita, sono sperma, sono sudore, sono afrore di corpi, sono affamato di esistere.

Sono corrotto, sono fiato e sangue, sono il germe nel campo di grano, il freddo nel tenero delle viscere, sono ossa bruciate, sono carne e anima mescolate.

Sono il lieve della notte e il fuoco del giorno, il buio che confonde, sono il mare delle onde, l’immondo che monda, sono il fiume che scorre senza senso, sono il senso delle cose, il frutto buono e quello marcio, sono il saggio pregante ed il furfante birbante.

Sono ingordo, più ingordo, stragodo, strabordo, sono la mala sapienza, discuto con cinismo ragiono con levità, penso liberamente non ho dipendenza intellettuale.

Sono stupido, mento, mi aggrappo alla menzogna, enumero, descrivo, racconto, sono segmento biologico, sono residuo, sono la parte ed il tutto.

Sono l’uomo orante, l’uomo vagante, l’uomo ignorante, l’uomo esitante, esilarante, festante, sono l’uomo vivente.

Sono l’orto e la sorte, la campagna che muore, il silicio che vive, il cuore che non batte, sono l’artificiale che consuma la vita, sono foglia mortale.

Sono la tua voglia, sono il tuo sguardo, sono la persiana che schiude il giorno, sono lo scarico del bagno che porta via il lordo, mi netto, mi pulisco, mi lecco le ferite, mi commuovo, piango, mi muovo, mi vuoto, mi riempio, mi scarico.

Sono il bagliore della materia, sono il freddo dell’energia, sono furente residuo minerale in una strana forma animale, sono immobile dentro il petto, sono battito di ali nel vento.

Nego, annego, affermo, sono pane raffermo e minestra riscaldata, sono anima lordata, vilipesa, appesa, sono anima infuocata.

Sono il flusso, scorro, fluisco, influisco, determino, sono il reflusso del mio stomaco, digerisco, compatisco, me ne infischio francamente, chiamatemi pure con un fischio!

Sono l’intaglio del diamante grezzo, il taglio della carne viva, sono la pelle che arde sotto il sole i denti che battono al freddo, sono la rabbia dell’invettiva, lo splendore dell’inventiva 

Sono lo schiavo del capitale, il capitalista piramidale, sono la genesi del male, lingua che schiocca in bocca, acqua che cade dalla brocca, furore vivo sotto un manto di ghiaccio, sono il bene che corrompe e il midollo che erompe dalle carni vive.

Sono il nitore affilato della scrittura, il fiato acre della paura, sono il languore dell’alba straviziata e la levità dell’ora aggraziata.

Sono l’uomo sempre aperto, l’uomo che esiste, sono l’uomo che vive. 

Le cose mi circondano,

mi definiscono,

mi confondono.

Le cose chiudono il mio giorno.

Le cose vorrebbero afferrarmi, vuotarmi,

le cose vorrebbero domarmi,

chiudermi in un orto,

avvelenarmi nel porto,

mentre salpo per andare altrove

mentre torno alle tue ancestrali alcove.

 

Ma il tuo sguardo ingenuo ed alato, leggero e velato,

obliquo di vita

mi indica ancora e sempre

una candida via di uscita.

  

Attesa

 

Qui ti aspetto

in fondo alla luce,

sovrapposto alla chiazza di luce smagrita sullo sfondo

in fondo al brusio delle vie

ti aspetto in silenzio, lo sai.

 

E se la pioggia ora non batte il suo ritmo,

ancora ti aspetto,

nella luce che non cessa

il mio sguardo ti attende.

 

Il silenzio e l’attesa sono già qui,

nel paesaggio, nel ritmo della pioggia,

non devo invocarli: il silenzio è già qui.

È il respiro affannoso che esonda dalle cose, che ci avvolge, devastato, sereno.

 

E no, non si tratta di aspettare, il silenzio è già qui: la ridda dei giorni concede talvolta pause di quiete.

E, in esse, noi stiamo, noi siamo.

Col poco fiato che ancora rimane, può darsi, col residuo ardore di un giorno stremato, può darsi.

 

Ma qui siamo insieme, proprio adesso, qui sullo sfondo della chiazza, inondati di luce.

 

Ancora attesa

 

Oggi i campi del mare affondano nel loro furioso respiro e il fiato stesso del mare bagna le mie ossa affamate di vita.

Bisogna che tu le veda queste mie ossa, lasciamo che la corporalità abbia il suo tempo epico, che i nostri corpi di scontrino nella fibra tenera e si annusino ancora una volta.

Ma la vitalità oggi la sconto in fragili capriole di vapore mattutino sulle spiagge tra la bassa marea e la secca del cuore.

Intanto, ogni respiro, ogni atto è sospeso al laccio dell’attesa e il tuo sonno si intuisce ancora pesante nell’attimo lattiginoso che precede il risveglio del giorno.

Aspetterò le tue labbra che hanno il sapore delle mandorle amare.

Cerco da tempo 

Prendendo a prestito le parole di Edgar Morin 

Cerco da tempo di vivere in questi luoghi che fingo di amare,

tra queste genti che mi credono dei loro, che si aspettano che io debba testimoniare per loro.

Ma il presente è questo non essere intero mai.

I rumori del mondo là fuori, le frasi irrisolte, le questioni pendenti, le esistenze oblique, effimere e sconvolgenti, mi colpiscono, mi spiazzano e mi invitano.

 

Questo ordine è opprimente,

la sua insolenza mi disgusta,

e mi disgusta ancor di più il mio silenzio.

 

Ho cercato e voluto troppo

ciò che non volevo,

ciò che non sapevo

e alla fine ho perso tutto.

 

Adesso so che non possiedo più nulla.

 

Piccoli dettagli minuti

 

Mentre passo ragnatela di spaccature sull’asfalto cittadino, mondo ramificato, profondo, pecioso.

Un flutto fangoso misto a sangue venoso, raggrumato, calpestato, ignorato.

 

Montarozzi di foglie giallite, alcove umidicce. Strade grigie e smarrite, cose smagrite, fanghiglie diffuse, ferite aperte, voragini chiuse al passaggio.

Pietrame, acque lorde che scorrono chissà dove.

Si intuiscono, si percepiscono piccoli mondi, miserie diffuse dentro luci soffuse.

Una eterna asfissia originaria, un senso soffocante di chiuso.

E poi frantumi, erba sui muri che sale in silenzio, muschi verdi anch’essi umidicci, grigiore elettrico di tralicci.

E poi persone oscene, catene, murmuri, furie, disperazioni, rimescolii, fiori innocenti, pietre aulenti.

Tutto è minuto, complicato, involuto e la terra nasconde, rivela, contiene.

Tutto è vivo e morto insieme, fulgore e tragedia, inizio e fine, vita e morte mescolate insieme, insieme schiantate.

Come acqua viva e corrotta che fugge via inesorabilmente.

Colon irritante

È propriamente un senso di gravità feroce che mi opprime il basso ventre da stamattina,

epica lotta tra il mondo gastrico

e quello plastico

delle cose.

 

Il serpente vischioso si abbranca al mio ventre, maledetto schifoso

di un colon irritante,

sulla schiena pesante,

sulla testa gravante,

residuo insolente

di una lotta demente

tra me e il mondo immondo.

 

Biliarmente ne sconto il conto

del dissidio profondo

tra me e il mio fondo.

 

Umore biliare,

fibrillazione atriale,

forse residuo di un’asma bronchiale.

 

Ne sono certo.

Morirò di edema intestinale.

 

La penna del capitale

 

Lo confesso prontamente, seduta stante,

stante così le cose e senza infingimenti

infingimenti davvero mai

che a me piacciono le penne stilografiche e tu lo sai

– si intende con lo stantuffo e il cappuccio.

 

Lo so si fa più fatica a scrivere,

scrivere e poi devi anche riempirle,

riempirle non fino all’orlo non sia mai,

che a me piacciono le stilografiche

e tu lo sai

– si intende con lo stantuffo ed il cappuccio da chiudere.

 

Lo so ci sono le bic che sono veloci,

veloci e pratiche,

ma a me piacciono le stilografiche che tu lo sappia ormai

– si intende con lo stantuffo da riempire ed il cappuccio da chiudere.

 

Lo so è da quando mi hai chiesto una bic che le cose sono andate a rotoli,

rotoli di carta e di inchiostro rosso vermiglio

vermiglio della tua carne scomposta, che mi si nega e chiusa

chiusa ogni speranza ormai di intenderci,

intenderci dovremmo invece dai,

a me la stilografica piace e tu lo sai.

 

Maledetta bic, punteruolo pratico e veloce,

maledetta penna del capitale feroce!

 

Le vie le conosci meglio tu

 

Ti lascio circolare in ogni angolo della mia pelle, ne conosci ormai le strade che portano al cuore, le vie interne e nascoste, le piazze del calore, i vicoli freddi e muti.

Ma il cuore prendilo a battito tu, le vie interne praticale con frequenza, non darmi la tua assenza e i vicoli freddi, quelli no, lasciali stare, non li abusare.

Sono le piccole cose che ti chiedo, le fragili vie d’uscita, sono piccoli miracoli le piccole cose.

E non lo dico solo a te, a me lo dico per primo, ma tu sola conosci il codice della strada, tu sola conosci le multe ed i divieti, i passi carrabili e gli ingorghi vieti.

Tu sola puoi guidare la macchina al sicuro, solo tu, sempre tu di sicuro e ancora tu

che poi le vie le conosci meglio tu.  

Tassonomie

 

Descrivere, dettagliare, classificare, enumerare: questo ci resta infine.

 

Singole parti di un mondo sfaccettato, spezzettato, spogliato, arraffato, violentato.

Minuterie, cose dimenticabili, trascurabili, enumerabili.

 

Rimangono le fragili tassonomie, gallerie e sottopalchi e sottoboschi, poche sparse certezze.

 

Piccole chincaglierie di vita, scarne contraddittorie affermazioni, alberi sintattici ramificati, ribattuti, ripetuti.

Lunghi incisi, elenchi indecisi.

 

Rimane solo l’essenziale di ogni transito.

Un disegno del mondo sfuggente e nascosto.

 

Una insufficiente lingua muta.

 

Tutto il piccolo, labile, scheletro, con una spruzzata di sublime, su cui poggeremo le nostre stanche parole.

 

La casa bottega

 

E ancora la ricordo

la casa bottega del nonno

con la portafinestra d’altri tempi,

alta molte spanne più di me,

l’interno buio ed austero,

quasi sacrale di sacrestia gastronomica

e la grande affettatrice a manovella

usata con ossequio da prete e perizia da boia.

 

E i grandi tubi di plastica appesi al muro

aperti sotto a cascate di lussuriosi cioccolatini

e l’odore buono di caffè macinato,

e la carta olio riempita di ogni bennato

e io bambino con occhi cupidi e spiratati, quanti ne ho mangiati di affettati!

 

E il piccolo corridoio stretto e scuro,

per il salotto buono col divano nero,

celato ricordo dei bei giorni infantili

e il mobiletto coi santini sotto il vetro,

i lumini accesi di dietro

e la puzza dell’insetticida al piretro.

 

L’angolo delle preghiere per l’usata invocazione di un anno di pace

il bisbiglio che adesso non c’è più e tutto tace.

 

La palma benedetta e le medagliette d’oro e le campane di vetro sui ceri per San Rocco,

la processione, si sa, da seguire fino all’ultimo rintocco.

 

Le foto ingiallite del fratello in America, i volti antichi di padri e figli e il velo nuziale delle spose.

 

E poi il brodo che si spande nella cucina

di ogni bene untuosa fucina

e un odore di alcol e mentine

e il cassetto delle medicine

e il sanguinaccio, caldo e venoso,

sulla bocca sempre untuoso.

 

Poi di fuori c’era il giardino

campo aperto di me bambino

e i grandi bucati stesi al sole

e l’odore delle rose,

il rumore delle vasche antiche ed operose, e la nonna guai a te,

lasciale stare quelle rose!

 

Poi più in là salivi le scale di vasi arredate

ed eri nel mondo delle fate alate!

La grande bambola di ceramica pure la ricordo, la guardavo talvolta con occhi da spaurato e il dolce silenzio delle tende antiche e la frescura anche nelle giornate di arsura.

 

Ma più di tutto ricordo lei,

la nonna esile e piccolina,

grandi occhi e faccia caprina,

non l’ho mai dimenticata

e stamattina

l’ho vista in piedi nella mia cucina,

con la gentile tazza di caffè,

ocra ed azzurrina, di falsa cina.

 

Quanti altri giorni smemorati

e quante cose ho dimenticato

inghiottite nel buio del passato?

 

Vieni nonna, stai qui con me

cammineremo io e te

per un viale alberato

di giorno e di notte sentiremo per sempre l’odore dei gerani sui vasi del tetto.

 

Poso ancora la testa sul tuo grembiule

e ancora sento l’odore delle buone aiuole,

cammineremo io e te vicini,

insieme all’odore dei tuoi cuscini.

 

Ancora vedrò la boccetta del profumo sulla grande specchiera

e la spazzola d’argento per i capelli la sera, i santi ancora messi anche lì

e la tua voce che dice vieni qui. 

 

La lingua del capitale

 

La tua impudente lingua viva

impasto screziato di saliva e acqua sorgiva,

discinta e cerebrale,

frenetica e speziale

rullante e battente,

acquosa e sfuggente,

ancora potente e liminale

aperto e suggente frullo labiale

feroce e morbido arnese animale

ancora e da sempre

nemica del capitale.

 

Quasi notte

 

È quasi notte e abbaia un cane dietro i vetri fradici e lo vedresti non fosse per la pioggia con i suoi aghi fitti come una tela di ragno.

 

Il giorno produttivo lentamente affievolisce e presto lascerà pietra, terra e fango e poi cadrà stremato.

 

In strada capannelli di gente che torna dal lavoro, che parla fitta, squillante ride, fa nuovi progetti, vive, tradisce, sfiorisce.

 

Quando il giorno è già sul punto di morire resta solo l’eco delle macchine lontane, un vago clangore ferroso di sottofondo.

 

E quando infine le ultime lame sghembe di luce si smarriscono anch’esse e lasciano il posto ad un grigio lucore rancido e chimico, quando poi sfuma anche la rabbia oltre le strade, i cancelli si chiudono ed anche i passanti smettono di parlare, allora tutto è pronto per una nuova notte e il grande grido ancora una volta potrà squarciare il velo e sanguinare lentamente fino all’alba di un nuovo giorno.

 

Provocatoriamente un nuovo inizio

 

A Edgar Morin e a tutti gli altri che hanno ancora la caparbietà e la costanza di ricordarci cosa è un Uomo

Una nuova speranza vediamo sorgere dalla disperazione del pensiero produttivo, semplificante, omologante.

 

Il paradosso, l’antinomia, la contraddizione in temini e fuori termini, il dubbio, la negazione, l’obliquità, la difformità, ciò che non torna, ciò che non costa, che non produce, che non ha un fine unico: tutto questo ci sia da nuovo faro.

 

L’incertezza diventi nuovo viatico: non più il semplice, il perfetto, il chiaro ed il distinto vogliamo, non più la conoscenza certa, non più solo numeri e dati, il budget ed il margine.

 

L’oscuro, lo scarto, l’inerte, l’inerme, il diverso, il desiderio, la passione, l’emozione, la voglia, la gioia, la condivisione, il senso di comunità, siano questi la nostra nuova north star,

il nostro vantaggio competitivo.

 

Bisogna arrendersi alla nuova evidenza: non esiste un inizio ed una fine,

un prima e un dopo,

una sola causa ed un solo effetto. L’universo nasce e muore ogni giorno, l’inizio e la fine coincidono,

la nascita e la morte sono sorelle fraterne.

 

È questa immanenza precisa delle cose che si tratta di far vedere.

 

Bisogna arrendersi alla nuova evidenza:

non siamo riducibili ad un banale calcolo, non siamo riducibili a mefitici algoritmi,

il balance sheet non è il metro di misura del dare e dell’avere delle nostre vite, l’engagement non è la misura esatta del nostro piacere.

 

L’uomo muore lentamente un poco

ogni giorno per ogni esistenza

calpestata

sottovalutata

ignorata

quantificata

industrializzata,

algoritmizzata.

 

È questa precisa consapevolezza e caparbia volontà che deve guidare il nostro cammino alla ricerca e alla riscoperta delle scorie e degli scarti del mondo produttivo.

 

Ridare storia e memoria alle cose perse ed inerti.

 

La notte del capitale

 

Il vento si è placato

come un dio forzato alla calma

e la notte, dea sommersa,

è entrata in scena.

 

Dal profondo scavo delle piaghe della terra, dal tenero occhio inferocito del mondo, dai ghiacciai sciolti nel profondo, dal mare sempre più immondo,

si è levato uno sguardo accorato di aiuto.

 

Il mondo,

abisso urlante,

soldato incompreso,

globo incenerito,

annerito dal male del capitale,

padre ancestrale di noi piccoli insetti, indifeso cerchio di luce,

solerte lavoratore,

ingenuo, candido lacerante mondo

piatto, labile, senza ormai peso…

 

È il mondo il dio spogliato,

crocifisso ed impalato,

vilipeso dio astrale

messo in croce dal capitale.

 

Spesso i mali del Budget ho incontrato

 

Parafrasando il capolavoro di Montale

Spesso i mali del budget ho incontrato: erano suoi figli gli obiettivi e le strategie assurde, le incongruenze e le contraddizioni irrisolvibili, i margini solvibili, le riunioni indicibili, le vite sacrificabili.

Suoi corollari le decisioni incomprensibili, gli indici senza senso, i grafici economici,

il tutto quantificare, pesare, centellinare.

Suoi vassalli le risorse disumane, il marketing effimero, le strozzature della finanza, le storpiature delle vendite.

Bene non so ancora, fuori dell’assurdo che racchiude l’umana indifferenza: erano le famiglie dimenticate, le ossa schiacciate, i cammini interrotti e i tagli indispensabili alle spese, gli inevitabili sacrifici.

Era il trionfo dei dati sul cielo stellato, la pietà derubricata, il cuore calpestato e il numero alto levato.

 

Notte marina

 

È scura la notte, ma la spiaggia del mare biancheggia di conchiglie silenziose. 

La vastissima notte marina che si annuncia nell’angoscia dei tuoi occhi impenetrabili nutriti dalla mia voglia puerile.

È lieve la notte, nel momento in cui le onde si aprono al primo singulto di luce

ed un brivido di freddo anticipa il giorno.

È chiara la notte, quando il primo uccello si intravede ed i tuoi occhi mi assalgono sballottati dentro il mio corpo non più sufficiente a contenerli. 

È finita la notte.

E il giorno mi accoglie con la prima lama di sole che schiude la consueta indifferenza di vivere.

  

Oggetti di lavoro

 

Che cosa volete da me?

Perché mi circondate?

Perché siete?

Non penserete che io debba usarvi, interagire con voi,

prendervi in considerazione.

Lasciatemi qui, al fondo della vita, non chiedetemi di più, non fatemi sentire ancora il vostro essere.

Lasciatemi qui, al fondo delle cose, non voglio partecipare alla vita.

Lasciatemi qui, al buio, purché non vi veda e non vi percepisca più.

Che cosa pretendete da me?

Perché mi chiamate in vita?

In voi guardo me stesso riflesso.

Ed io questo sono: niente.

 

Pomeriggio cittadino

 

Consueto pomeriggio per le strade cittadine.

 

La città sputa sentenze come sempre.

Per le vie porzioni di vita in vendita a un tanto al chilo.

Atarassia gastronomica dei sentimenti.

 

Ed io sono me stesso, le vie sono vie, le case sono case, le persone sono persone. Le cose, come le vite, sono quel che sono. E tutto è sempre così com’è.

 

Io guardo me stesso dall’esterno ed estraneo a me stesso.

Nessun sussulto, nessuna noia.

 

E su tutto un grande senso di stanchezza.

 

Sul selciato dei fiori cittadini.

 

La mia anima si è ridotta veramente a poco.

Ipotesi di mondo

 

Abitiamo mondi intermedi, semilavorati di vita, spazi sintetici, iperurani di cose senza scopo.

 

Anni di plastica, lungo arterie di schede madri al silicio di intelligenze

artificiali progressi, mondi regressi,

spesso riflessi di un noi ipotetico, lungo strade senza più memoria.

 

La memoria: presupporrebbe il silenzio, vie più erbose su cui valga la pena camminare, su cui sia più facile camminare.

 

Ma continuiamo a frugare in noi stessi, a masturbarci con ipotesi di vita, piccole ipotetiche esistenze, viste con lenti miopi di noi smarriti che non sanno più dire.

 

E tutto resta lì e dovremmo invece spazzare via la nebbia dalla fronte, le lacrime dagli occhi e provare ad avanzare.

 

Oltre il silenzio delle cose, oltre la paresi del passo, oltre l’immobilità delle mani. Andare.

 

Trovare una nuova terra su cui valga la pena camminare.

L’uomo

 

Costeggiando le luminarie di quartiere, nel traffico consueto di un venerdì pomeriggio prima di Natale, guardando, senza davvero vederle, le vetrine, le borse alla moda, lo scintillio infecondo ed inverecondo, perso nelle luci abbaglianti, con la gente che gli passa accanto, sopra la sua testa, mentre corrono tutti veloci (chissà dove poi), mentre vagoni di merci e di carni si muovono, perso nel brusio eterno del chiacchiericcio inutile, schiacciato nelle morse di un lavoro produttivo senza più senso, senza più scopo alcuno.

Dov’è l’uomo?

 

Da quali ere geologiche, da che vento di ghiacciaio, da quale scisto di memoria, da quale eterno rivolgimento, da quale dislocamento e slogamento di terre, da che schianto di vita.

Da dove viene l’uomo?

 

Adesso che si muove come animale ferito, che sembra piangere e grugnire, che non sa cosa dire, perso in un lago di vertigine, assediato da parole che non comprende.

Dove va l’uomo?

 

Se adesso il giorno non rende più giustizia e speranza, se anche la voce del mare più non lenisce, se una mano nemica lo ghermisce, se i rumori e le rabbie sorde della città e delle genti lo assediano, se tutto questo si moltiplica e si ripete.

Che speranza ancora ha l’uomo?

Pomeriggi marini

 

Distesa sonnolenza dei pomeriggi marini.

 

Solarità dei possibili eterni,

vita squadernata davanti come una pagina piana e comprensibile.

 

Fluire di un tempo senza tempo,

luce gialla in un mare lattiginoso,

annegare lentamente in un liquido viscoso.    

 

Sentire, avvertire, palpiti lontani di voci di mare, vento che lenisce, mondo che nutre ed accoglie.

 

Anche ora che il tempo si è fatto pietra, che la musica del mare è una nota secca e contorta ancora risento le voci lontane.

 

Respiri appena affannosi, porto di calma e di saggezza, riparo alle bordate canaglie della vita.

Mattino in metro

 

Persa la bussola della memoria, navigo nel mare di questo mattino ferrigno.

 

Chi è questo che mi sta accanto nel suo incedere produttivo petulante,

severo scrutante,

per la mia lentezza sconcertante?

 

Ripiega il suo giornale, mi guarda con convenienza, calcola la mia incostanza.

 

Sicuro nei gesti dell’uomo adulto, si guarda intorno, alza la testa, un moto appena proteso verso una gonna.

 

Poi si avvia col fare di chi ha già vinto

e vinto cosa poi?

 

Io sono io, lui rimarrà lui.

Ogni singolo destino rimane incomprensibile.

 

Elucubrazioni in cucina

 

In cucina vedo un mucchio di cose, alcune corrose dal tempo, altre dalle parole.

Due vecchi tappi di sughero mezzo smangiucchiati, chissà perché non mi decido a gettarli, il vecchio tagliere bucherellato, sospetto i tarli.

 

Nello scolapiatti, sei piatti grandi fondi, sei grandi piani, cinque piccoli, di quello in meno non ricordo quando l’ho rotto, l’ho nascosto a mia moglie di soppiatto il piatto, credo se ne sia accorta, forse la rottura era per un fatto spiacevole, preferisce non parlarne, come del resto anche io.

 

Nella credenza, due stuzzicadenti rotti, cinque tappi buoni di plastica.

Meglio così non amo le cose rotte.

 

Negli angoli e nelle fughe delle mattonelle polvere ed una nera fuliggine, abbiamo provato a pulirla, la fuliggine, ma non c’è stato verso, non viene via.

 

Solo in un punto non c’è niente, in un angolo disadorno, spoglio, lindo e pulito, li no, lì non c’è niente.

 

Li ci sono io che guardo il resto delle cose.

Aspettando.

Schianto e lusinghe

 

Ogni vita nasce nel crogiuolo degli elementi dove tutto schianta e si forma e tu, mia vita, non fai eccezione.

 

Schianto e subbuglio sei anche tu.

 

E così, al fondo di crolli e precipizi marini ritrovo te, mia vita labile, lasciata come pegno, ancora una volta, di future, perdute lusinghe.

Riunione di lavoro e altro

 

L’estraneità di queste parole produttive

la difficoltà di pronunciarle

la volgarità di propinarle

il disgusto di ascoltarle

la durezza di mentirle.

 

Meglio inesistere.

 

Camminare sui margini ignorabili

sostare nelle pieghe della vita.

 

Imperfetti.

 

Senza più niente da perdere.

 

Meglio appare allora la luce del giorno

e più di sorpresa ti assale lo scintillio degli oggetti abbandonati,

la vita segreta delle cose,

i fiori negli orti,

le navi salpanti dai porti.

Alba marina autunnale

 

Stamattina mi sono svegliato presto.

 

Scendendo al mare lungo le piste di sabbia disegnate dal dispotico vento autunnale, mi sono seduto sulla sabbia marina.

 

Uno sgomento mi ha colto di fronte alla tua grandezza, mare.

Presentimento ed annuncio del tuo prossimo cambiamento d’umore.

 

Ora ti vedo nella tua rabbia che s’abbatte sulla mia testa.

Onde protese verse di me in un acqueo abbraccio di consonanti vite.

 

Ora ti ascolto avvolto nel terribile suono delle tue parole grandi ed antiche.

 

In lontananza, gruppi di persone, a stento visibili nell’aria fumida del mattino, rimuginando parole piccole e vuote.

Svolte di vita

 

Dopo la svolta nel piccolo vicolo lo rivedo ancora il babbo natale spelacchiato e monco appeso al balcone e le luci incerte delle campane di tubi di plastica biancolucenti.

 

Andando avanti i salici piangenti,

altre luci invece iridescenti,

casupole mezzo sbaraccate,

il labirinto delle villette

ringhiere scrostate

di smalti verdeoro, ocra, azzurrini,

il fumo pigro dei camini,

le biciclette scassate dei bambini.

 

Poco più in là, inizierà il traffico delle vite natalizie, l’intreccio delle cose, degli uomini, degli animali.

 

Strade viscide e sporche di acqua e fango.

Fine del silenzio.

 

Speranza forse

 

A sedimento

ridursi,

interrarsi,

piegarsi,

svuotarsi.

 

Vuoto di un vuoto dell’anima ridottasi a caverna dell’eco di una vita a me anteriore. Specchio che riflette un paese impietrato.

 

Eppure.

Il bisogno di un grido, di una voce muta, artificiale

peggiore.

Forse.

 

Eppure.

Apertura, emozione stupore di una vita esteriore,

migliore.

Forse.

 

Eppure.

Nostalgia di un sogno.

Di un capriccio di gonna.

Forse.

 

Una coppa di speranza dalle tue mani sporche e vive.

Vita da palombaro

 

Giorni che iniziano così.

 

Io che leggo versi, miei o d’altri poco importa, dipende dal grado di vanità con cui mi sveglio la mattina.

Rimandando il compito produttivo fino all’estrema soglia della necessità.

 

Come si fa?

 

Bisogno di una carica, di un’ala fendente questo schermo di nebbie.

Ossigeno. Palombaro che precipita in un lago di mestizia

 

(Tastiera che batte forte, pc accesso spento, collega il microfono, si sente? si? no? Non saprei. Perché? forse mi hanno cercato, ho una call alle due. Perché?)

 

tra alghe profonde, braccia di nero e freddo ferro.

Vuoto che mi ottunde fino alla sera dove riemergo come da profondità abissali, sonnambulesche di un sogno smemorato. Per riprovare a vivere in un attimo, fosse pure un momento, un bisogno di una nuova carica

(“urger folle di vita” dice il Poeta).

 

Poi, ricominciare il mattino dopo.

 

Come si può continuare così?

Ogni gioia è memoria

 

A un rumore commosso del bosco si alzano in volo candidi stormi di uccelli che non sai.

 

Ogni luogo, specchio d’acqua, sponda, radice o sasso germoglia nel campo aperto del mio cuore.

 

La mia solitudine ti aspetta qui tra valli abitate dove le imposte sbattono al vento d’inverno ed i gerani riposano nei vasi.

 

Ogni gioia è attesa, ma i vertici di luce chiudono ogni strada.

 

La trama dei tuoi capelli mi porta la compagnia odorosa del muschio, ma è solo il tuo sguardo che mi attende leggero sulla via del ritorno.

 

È d’oro il tuo cuore, ma la tua voglia arido campo pascolato al mare d’inverno, mi accoglie incerta.

 

Gli uccelli usciti dal bosco vanno tramando sui rami folate di vita fresche di mattino.

Rabbia e vertigine

 

La rabbia raggrumatasi nei gesti fa ancora fatica a strapparsi dal cuore.

 

Il brulicare faticoso del tempo

La folle vertigine di Moosbrugger

La pietra incostante del cuore.

Mare in tempesta a Torvaianica

 

Pioviggina oggi.

 

Sull’asfalto oleoso del mare battono gravide di un cupo verdeazzurro bave di onde a schiantarsi su rocce poco profonde.

 

Il lamentoso stridere dei gabbiani squarcia il velo del cielo.

Fessura grigia dentro il freddo del giorno.

 

Tra gli scogli, a pelo d’acqua, infuria la marea. Schiume di gorghi ribollenti di vita ad annunciare l’imminente tempesta.

 

Nel cielo stormi di uccelli nerastri lasciano l’orizzonte verso meriggi più propizi.

 

Una luce appena visibile si fa largo tra cirrose nubi griglio plumbee.

 

Fotogrammi di perdute memorie mai vissute scorrono nella desolata distesa della spiaggia scura.

 

Torvaianica

 

Case schiantate sulla spiaggia, aperte alla luce e al vento.

Abbarbicate su sogni di rapina, cattedrali di un tempo mai redento.

 

Solitarie navi, relitti affioranti stesi sull’arena di fronte alle case. Arabeschi di reti tristi,

alberature marine.

 

Geometrie di solitudini salpanti per un viaggio muto.

 

Fiato acre di porti.

Paesaggio desolato delle propaggini dell’impero.

 

Oggi inattesi, sulla spiaggia, a pochi passi da me sono spuntati dei bambini.

Facce furbe, malandrini.

Scappando verso il mare.

 

Sono scesi in acqua veloci e sicuri di sé.

Uno di loro, passandomi vicino,

voltandosi un istante

lungamente mi ha sorriso.

Paesaggio urbano passeggiata in periferia

 

Il desolante paesaggio urbano di questa periferia mi assale.

Mondo inerte, polvere e ferro bagnato.

Odore di caffè della vecchia fabbrica che si sente più forte nelle mattine tese di vento.

 

Passeggio tra radi ciuffi d’erba, sporchi calcinacci e vecchie baracche rugginose. Paesaggio alieno, cimitero di memorie.

 

Oggi un vento dispotico spazza via ogni cosa e l’odore di caffè mi assale ancor più forte le narici, diventa ossessiva adrenalina, leit motiv di questa passeggiata mattutina.

 

Tralicci, braccia scarnificate svettanti verso il cielo, mostranti vene magnetiche di grigio acciaio.

Casermoni occhiuti che mi scrutano, suppellettili industriali misteriose,

cose inoperose.

 

Posso solo restare immobile, annusare, osservare una per una le foglie cadute, alcune dorate, altre brunite, altre ancora amarantate.

Tutte spoglie nel sole dell’inverno, nell’incedere del tempo eterno.

 

Posso solo restare immobile e ubriacarmi dell’odore di caffè e benzina, droga ossessiva di questa passeggiata mattutina.

Orti di periferia

 

Strade di periferia trafficate,

rumore assordante,

lancinante rimbombo

mattino invadente,

luce di piombo.

 

Scavalco il guard rail e mi avvio per vecchi sentieri persi nell’erba dei prati.

Tra le pietre.

Luoghi di storie viete e di anni abbandonati.

 

Qui dove tutto è vuoto, c’è posto per tutto. Auto senza più ruote. Un secchio marcio sfondato.

Lunghi filari di ferro arrugginiti distesi a terra. Binari stancamente inerti, che conducono a stazioni di silenzi assoluti.

 

Cemento, sopra detriti, mattoni scagliati a terra, frantumi inutili distesi sulla ghiaia di un giardino cittadino. Cose senza storia.

 

Più in là una vecchia rete bucata, trame interrotte di esistenze utili.

 

Quello che gettato al mondo si consuma e non si dà pensiero.

Respiro della terra muto.

 

Ed io sono qui con le mie parole inutili.

Sottrarsi

 

Sottrarsi.

Caparbiamente,

volutamente,

lucidamente,

criticamente.

 

Sottrarsi.

Per rubare al mondo nuova prospettiva.

Vita costruttiva

Nuova inventiva.

Antica invettiva.

 

Sottrarsi.

Volutamente ai margini collocarsi

nelle pieghe della vita rannicchiarsi

ma non essere marginali. Forse diversi.

 

Sottrarsi.

Osservare,

annusare,

gustare.

 

Contemplare.

 

Affermare.

Dire.

 

Febbre ossessiva di testimoniare.

Custodire la voce per tempi migliori.

Frammento notturno di un’estate

 

Erano le notti estive che si automobilava fino all’alba.

 

Lo stradone che portava al mare era una dritta spada di fissità.

Una lunga monotonia di case basse, villette, supermercati, futili negozi.

Dimore e luoghi di gente che lavora a non sa cosa, né per cosa.

 

Lunga teoria di produzione e forse vita,

interrotta lateralmente da stradine sbucanti e poi dal presepe del luna park.

 

Si arrivava alla vecchia piazza aperta sul mare quasi per inerzia.

Brulicanti di vita senza vitalità.

Impastati di sonno.

 

Il tempo di un giro

sempre il solito giro.

Di prendere un cornetto

sempre quello.

 

Poi si ripartiva per tornare a casa.

 

L’insegna del supermercato una lama di sangue rossa stagliata nel grigio

chimico dell’alba.

 

C’era da trattenere il respiro fino a casa.

Dormire era già tanto.

Giorni senza pietà

 

Sono giorni così

senza ragione o pietà.

 

Vissuti così

come di ritorno da un lungo viaggio,

attraversando campi neri di rabbia

stanchi e senza volontà.

 

Giorni pieni di cose

affaccendati nel dai e dai di vite operose.

 

Giorni che si ammucchiano sui giorni

vasto trascorrere di un tempo immobile

ore quasi sempre deserte

nessuna amenità.

 

Giorni che si consumano nei giorni.

Gettati nel mondo.

 

Giorni senza pietà, illusione, possibilità.

 

Possibilità solo umane

 

Abitare la possibilità.

La questione disorientante

mi assale stamattina

nel pulviscolo fluttuante

di una finestra in cucina.

 

Musil lo ha scritto. Chi vuole attraversare senza inconvenienti una porta deve tener conto degli stipiti.

 

Pensiero lento.

Quale è la domanda del ragionamento?

Pensiero veloce.

Chi è l’uomo in croce?

 

Vite congetturali.

Vissute in continuo mutamento

esposte a un continuo cambiamento

Vite innaturali.

 

Mondi per convenzione utopici,

rimando ad un io dai confini supposti ciclopici, forse ipertrofici.

 

Bianco latteo di una parete.

Cigno nero opportunità o cose malintese?

 

Resta solo poco tempo per ricordarci che siamo in fondo essere umani,

ricordarlo oggi non domani.

 

Resta solo tempo per tornare ad occuparci di noi stessi, smettere di guardarci in falsi specchi riflessi.

Ricordare

 

Cosa ci salverà chiedevi l’altro giorno nel buio della stanza. Parole murate a cui non fu facile rispondere.

 

Avrei voluto infonderti coraggio e speranza nella stanza in cui eri entrata con passo di circostanza.

Leggera, eppure forte e viva come sei tu.

 

Non fu facile per me rispondere, un lungo discorso andava arrischiato.

 

Ma ere geologiche e spazi siderali mi separavano dal ricordare, ma tu no.

Non tu.

Tu eri entrata nella stanza ricca di memorie

di giorno ti eri liberata dalle scorie.

Non tu.

Tu custodivi la memoria e le parole e la necessità.

 

Il vecchio giardino malinconico adombrato da alberi antichi, in fondo una vecchia casetta, d’intorno l’odore delle rose, laggiù la vecchia vasca usata per le cose operose.

La nonna piccolina, vecchia signora esile, capelli bianchi e faccia caprina.

La rabbia vergognosa del pugno nel vetro,

un lungo terrazzo sovrastato di luce, il vestito bianco, io che sono felice e non piango.

La città incenerita nei rossori di luglio,

l’allegria sul tuo volto vermiglio

nella sera bruciata di sole

un grido nel vento doloroso.

Le serate oblique nei tuoi occhi

fiori e sangue di betulla

tempo stratificato, scisto della memoria.

La spiaggia sassosa del primo amore quando era dolce dormire anche sugli scogli aguzzi.

Nella luce gialla fioca della piccola cucina tu che sventri cadaveri di alici

il sorriso dei nostri bimbi che spazza via l’amaro del giorno

io che vi guardo felici.

 

Non siamo mai stati così soli

e insieme così vicini, felici e fragili.

 

Furono sogni

 

Nella notte fu il transito dei treni

sudore freddo che cola dalle reni.

 

Furono vociare di umane voci

acqua di fiume che corre alle foci.

 

Latrare di cani, rumori ovattati

di fiocchi di neve caduti insanguinati.

 

Furono sogni, furono speranze,

andare spedito e passi di danze.

 

Furono inganni e tele di ragni

Furono visi riflessi negli stagni.

 

Furono queste ed altre cose

che la memoria dimenticò

ed il giorno nascose.

 

Furono orrore e sudori di corpi.

Furono questo e rumore secco di colpi.

 

Furono grida di gente inseguita.

Furono grida di gente spietata.

Di altre percosse ma ancora in vita.

 

Furono lampi di occhi di bambini.

Furono carezze e visi vicini.

 

Furono sangue e vita infinita.

Furono inganni e rabbia mai sopita.

 

Furono tutto questo e adesso è finito.

Lavato via da questo giorno fulminato.

 

Adesso sono brividi che nascono dalle tue narici, visi chiari, quelli di amici.

 

Io che mi alzo e vado in cucina

mi vesto d’inganni e mi specchio in vetrina.

 

Aspetto obliquo una nuova mattina.

 

Mattina

 

Un sole appena tenero e slavato rischiara la terra e illumina la scialba geografia di luoghi e cose ancora in penombra in un pulviscolo denso e tremolante.

 

Tu sei qui accanto a me ed ancora dormi

ignara dei miei pensieri già arrotati ed aguzzi contro il giorno adulto che sale prepotente.

 

Il tuo cuore di animale semplice nulla sa del mio disastro

ed il tuo viso rilassato ed appena rossastro riempie di già lo spazio

del giorno, potente placa lo strazio

che impone già il suo quotidiano dazio.

 

In questa atmosfera sospesa di vita e di luce, mi aspetto che il sole si frantumi in un attimo.

 

Un altro sole mi aspetto in cambio

nell’alba fredda mi aspetto lo scambio

di un viso inerme ed appena lavato

nel tempo ancora fremente ma già scolorato.

Casine di periferia

 

Eccole.

 

Davanti a me sulla spianata anonima che porta al sottobosco, strette in una morsa di stradine scoscese e solitudini.

 

Piccole casine di periferia

castelli verticali di noia, prigioni di cemento e malinconie chiuse in storie di esistenze banali e sommerse.

 

Cancelli chiusi su vite perse.

 

Vite sott’acqua senza saperlo

frigo pieno e voglie represse.

 

E poi bere il fine settimana per far finta di esser vivi e alla moda.

 

Stordirsi per non dover fare i conti con tutto questo nulla.

Scricchiolii

 

I primi segni non erano mancati.

Ma è la comparsa che nessuno si poteva attendere.

Dato che ormai ne sono sicuro,

stamattina le mie scarpe hanno uno strano scricchiolio davvero.

O forse mi inganno e non è vero?

 

Lo straniamento viene da lontano, entrato dagli infissi rotti o da una crepa del muro.

Fatto sta, ne sono ormai sicuro.

O sono le mie ossa

il battito furioso che mi scossa?

 

Le ho sentite o così mi pare sia.

Silenzio nero, rumore gracchiante.

È la mia solita sinestesia

o semplice faringite?

 

Le ho sentite ancora, crick crack, il battito furioso che mi scossa.

 

Cos’hai? Perché sei sempre stanco, forse ti manca l’amore, se tu l’avessi!

 

E lo scricchiolio continua, anzi aumenta.

Diventa ossessiva e salmodiante litania corporea.

Poco da fare, solo aspettare.

 

Vuoti enormi, troppo immensi, che preludono al crollo.

Poco da fare, solo aspettare.

 

Lo scricchiolio è il segnale,

lo sento ancora

stavolta anche sul tetto.

 

Scricchiolio muto nelle ossa

Anima vagante sul tetto.

 

Papà, cos’è l’ottetto?

Al supermercato

 

Mi aggiro tra gli scaffali,

mi muovo con zelo,

lista alla mano, cercando quel che serve.

Metodico come sempre certo prenderò più del necessario.

 

Ma non oggi.

Oggi non ho da prendere molto.

 

Alla cassiera dichiaro solerte una scatola di Nesquik, un pacco di biscotti, una bottiglia d’olio.

 

Non gli dico invece di me, di questo taccio.

 

Pago, ricambio il saluto con un cerimonioso sorriso.

 

Lei annuisce contenta: mi crede vivo.

Illusioni

 

Lucenti e cocenti

e compatte illusioni,

talune incomprensioni,

mancate occasioni.

 

Continue trasformazioni

morenti sul filo di lama della memoria, fantasmi e brandelli di storie

in fondo valle,

in fondo via,

in fondo tutto.

 

Seguo la linea indecisa delle storie, il profilo di un viso amico, la fila degli alberi sull’orizzonte del mare.

 

Ma improvvisa si apre la distanza,

come flebile fuscello ogni tenerezza

si spezza.

 

Sono straniero

in fondo a tutto,

in fondo alla via,

in mezzo alla valle.

 

Perciò a te sola mi rivolgo età fiorita,

mio bene, mia sola vita.

 

E questo mi basta.

 

Notte a New York

 

La notte è un grande vento solitario che spazza via il sonno dagli occhi dei bambini.

 

Dispotico, è venuto fin qui da lontano il vento seguendo il richiamo dei clacson rochi nella nebbia mattutina e dell’andirivieni delle onde tristi del fiume su Ellis Island.

 

La superficie liscia e compatta delle cose vacilla, cede, schianta e si decompone.

La città è un vorticare violento di persone e rabbia, luci amare e marciume sul far dell’alba.

 

Le luci stroboanti che impazzano tutta la notte non bastano a scongiurare questo esilio forzato di esistenze.

 

Doppiamente in esilio, sono straniero in questa città.

A nessuno parlo all’infuori di me stesso e mi aggiro sazio e triste di vita.

Vorrei fermarmi, ma non c’è modo.

Non è dato voltarsi, si può solo avanzare.

 

Ed è già un nuovo giorno.

Baratto necessario

 

Disgustato,

baratto volentieri anni di pietra e silenzio per pochi, effimeri

istanti luminosi.

 

Albe sul mare scoscese.

Vento di Acciaroli

 

È portare con sé la memoria di una giornata leggera e lucente

in riva al mare.

Di un’onda cavallina e struggente

della sabbia scistosa e compatta.

 

È ricordare il vento invadente

nelle orecchie, penetrante negli occhi,

vento in agguato dentro la carne,

accucciato nei porti,

abbracciato alle barche a riposo.

 

Tutto qui sembra un lungo addio ormai:

scogli affioranti dalle acque, la luce morbida e lanuginosa del pomeriggio a pescare sotto la madonnina, il puff puff delle barche che rientravano al porto.

 

Ma adesso un altro vento ha portato via tutto, vento amaro ha spazzato via tutto.

Si è preso tutto questo vento.

 

Ci ha lasciato in cambio pugni di sabbia magra, scivolata via come acqua tra le mani chiuse.

La casa nel mare

 

Il mare immobile fluttua non ha una superficie uniforme, si frange sul bordo in spume rocambolesche e selvagge.

 

Le onde si staccano dalle rocce

sale il rimbombo della risacca che scintilla nell’aria densa di un lucore vitreo.

 

La mia casa sta nel mare

una finestra sul bordo dell’orizzonte, aperta agli elementi, alle gazzarre degli uccelli marini.

 

La porta della casa dà su un sentiero sulla spiaggia che prosegue poco più in là.

Dove?

 

Qui rimango in bilico sul bordo della casa lo sguardo verso il vuoto.

L’acqua mi passa accanto ora lieve tra le rocce con voce sommessa, respiro salino d’alga.

 

Qui sul bordo nero rimango in attesa.

Di cosa?

 

In attesa del vero.

Nella ricerca del vero.

Nella fatica del vero.

Nell’abbraccio del nero.

Dov’è la luce?

 

Vie di silenzio

 

1

Lungo queste vie di periferie silenziose passa il cammino:

 

pietre nere, sassi scagliati lontano, acque stagnanti, sedimenti ferrosi, vuoti franosi, un vago lucore di rame diffuso, fanghiglia nei giorni di pioggia come oggi, pietrame.

 

E quando passi, uccelli e gatti pigri ristanno, non volano via né si muovono. Come se non tu non ci fossi, non fossi mai passato.

Mai esistito.

Immobilità e fulgore delle cose.

L’inutile accecante fulgore del nulla.

Di te nel nulla. Di te che sei nulla.

2

Ovviamente stanchezza nel passaggio.

Bagliore d’inquietudine diffuso.

Ferite e voragini mai viste.

Il venir meno della luce.

Una via senza luce che sfugge od ogni sguardo sempre più, che sottrae ogni ulteriore passaggio.

Disagio senza prospettive, un destino di fatica.

 

Un vuoto secco e brullo, sassi, ossa, boschi di sangue e di muschio, cieli opachi, vetri smerigliati, ghiacci segreti.

Dentro l’anima rose innocenti.

 

Tutto ciò è presente, tutto è vivo, queste pietre, queste rose, queste cose; materia tattile, odori di terra, cose che puoi vedere, toccare, sentire, annusare.

 

Da qui è giusto che passi il cammino?

Da queste periferie silenziose, da queste vie piene di cose?

3

Non c’è traccia visibile, nessun indizio che ci guidi.

I pochi tratti luminosi sempre più scarni, basta un passo sbagliato: allora non ci sarebbe più nessun senso possibile, nessun modo per rimettersi in moto.

 

Solo restare, lasciarsi andare, crollare, impietrare.

Finalmente liberi nella resa, senza più nessuna segreta intesa.

 

Ma si può?

Quando tutte le vie sono chiuse, ha senso ancora provare ad andare?

 

Certo immagini antiche ancora possibili, sguardi di bimbi, fughe incredibili.

 

La memoria dentro il nero fulgore del nulla. Rievocare forse, ricordare.

 

Una musica appena udibile nella disarmonia che ci circonda.

Incantate mattine

 

Oltre la scialba strada di fango sorgono incantate mattine possedute da niente dove il mio cuore pascola su erba novella ed irrequieto aspetta il primo raggio di sole.

 

Mio cuore nel tuo feroce battito accetta dunque ogni giorno e lascia che con purissimo incanto io torni a vedere il mondo con occhi di bambino.

 

Un senso

 

L’orizzonte verdeazzurro, l’azzardo e la tempesta.

Crepuscolo, il venir meno della luce, tutto lo sprofondare delle cose nel nero perduto della memoria dimenticata.

 

Un paese minuscolo in lontananza, languido e sfocato, una chiesa arroccata sul vuoto, una valle posseduta dal vento che fugge senza tregua, senza prospettiva. Case in picchiata sospese alle nubi, destini appesi, sapore della terra amaro, roba marcia.

 

O altri paesi ugualmente appesi al nulla, come un bimbo appena nato, gettati in riva al mare, una calma, qualcosa di apparentemente sereno e malinconico, ma stessi destini.

 

Mi chiedi ancora del senso di tutto questo.       

Non so dirti del senso.

L’ho cercato a lungo ma non l’ho trovato ancora.

 

Ma il senso chi lo può dire?

Un’unica certezza: la limpidità del male.

 

La ferita che sanguina è il mondo.

Verso il mare sul finire d’anno

 

Giunti alla vastità della piazza cerchiamo il punto da cui si vede il mare o si vedrebbe se il tempo fosse buono.

 

Arriviamo fin qui per la dolcezza dell’aria o per la pace tremula che qui si respira o per la noia muta che ci assale in talune mattine e non trova sfogo.

 

Pioviggina e siamo sul finire d’anno, in attesa del nuovo che, come sempre, si spera sia meglio di quello che sta per finire.

 

Ma ciò che non muta è il rimpianto, la condanna della ripetizione assurda, le voci che si affollano di dentro e cercano udienza, anche qui, anche ora.

 

Vorrei che le voci tacessero e tutto fosse più chiaro e meno veloce.

 

Lo accetteremo, comunque, come si accetta ormai tutto, privi di voglia, restando sulla soglia del nostro essere per paura di entrarvi dentro.

 

Lo accetteremo, come si accetta un giorno buio, ora che la luce sfuma e la tenerezza ci lascia come un lungo addio.

Apertura

 

Ancora una volta l’abbiamo lasciato aperto il bagagliaio per troppa foga o voglia di andare.

 

L’abbiamo chiuso poi durante il viaggio, ma non in tempo perché non entrasse tutto il mondo, lacerato e profondo.

 

Canzone della testa tra le nuvole

 

Me lo dici sempre che ho la testa chissà dove, banalmente tra le nuvole.

Ma se ho la testa proprio lì tra le cirrose, dovrei saper vedere ancora meglio le cose.

Ma non è così.

 

Resto sempre il solito sognatore svagato, magari impacciato, incallito, a volte un po' sbiadito, smagrito, impettito.

 

Il mio problema è il mondo, lo sfondo, magari un girotondo, l’essere profondo, senza fondo, al limite ingenuo in fondo.

 

Inseguo verità fuggitive e rare,

visi incerti e facce care,

di gente che fu e ora non c’è più.

 

Non credo più alle solite parole.

Preferisco al limite le viole.

 

Non mi piace la solita gente volgare che ama solo andare, senza pregare, senza sostare nei luoghi, nelle anime.

Preferisco al limite da solo cantare.

 

Non mi piace parlare di certezze.

Preferisco al limite le mie stranezze.

 

Una sola certezza mi manda avanti, che in fondo noi siamo la somma dei nostri gesti e delle nostre parole, volute e non volute.

Trafitto

 

Da qui, dove sei adesso, nei pressi di una finestra, distante, quasi oltre la linea dell’orizzonte, vedi il mare, con il tratto di costa di cui da tempo cerchi il nome.

 

Qui, in certe mattine d’inverno, nuvole basse e cariche circondano il tratto di costa di cui adesso credi di ricordare il nome.

 

Più vicino, sulla ringhiera del balcone, d’inverno viene un pettirosso a mangiare briciole lasciate a terra per disordine o stanchezza.

 

Tratto di costa e pettirosso sembrano quasi perfettamente allineati, quasi l’uno il prolungamento dell’altro, il piccolo ed il grande sovrapposti, il vicino ed il lontano sfocati all’occhio, ma perfettamente incastonati, allineati lungo una linea di senso compiuto e necessario.

 

Una linea collega te, il pettirosso ed il tratto di costa, una linea perfetta che quasi ti trafigge e prosegue oltre te, alle tue spalle, verso il passato. Verso ciò che intravedi, ma non sai più immaginare, non sai più richiamare. Un prolungamento di te, infinito verso il silenzio delle cose che più non ricordi, non sai più ricordare.

 

Disperso nel ghiaccio del tempo, nel fuoco che cancella, nello spazio stratificato dell’essere.

Altri sogni

 

Era una notte estiva, nera di ombre sul muro, appiccicaticcia ed untuosa.

 

Mani e braccia tese, testa rialzata in una posizione irreale, come pronti alla fuga.

Le gambe sembravano punteruoli affilati, rostri raschianti il terreno, rastrelli penzolanti senza senso, inutili per fuggire.

 

Dietro il muro potevo intuire il lucore magnetico delle strade, quasi boreale realtà di altro mondo.

 

Poi un senso di vertigine, una discesa verticale.

Scendevo in effetti nel silenzio, annegavo nel silenzio come in un’acqua cupa,

senza alcuna sensazione di sollievo.

Cadevo in effetti come da astri abissali, sprofondavo come in un pozzo bituminoso.

Potevo sentire le pareti del pozzo, ne avvertivo la fisicità erbosa, reale, ma al tempo stesso diversa dall’erba.

 

Scendevo nel pozzo, come si scende in un gorgo muto, che azzera tutto, come si cade giù nei prati neri.

 

Su tutto un senso di inquietudine, l’urgenza di esprimerla, di dare udienza al mondo sprofondato al di là del muro.

 

Sentivo, avvertivo l’esigenza di parlare, di dire, ma, al tempo stesso, era impossibile dire.

Era importante testimoniare, ma impossibile farlo.

 

Eppure, si doveva comunque,

ancora una volta,

ancora contro.

 

Notte insonne

 

Fuori da qui dove adesso siamo,

poco distante da qui,

il giardino di tuo padre è una lunga attesa.

 

Il cigolio delle imposte vociate dal vento adesso tace e comincia il verso del gallo.

 

Trama, azione e personaggi si sgretolano e sulla scena erompono domande, le consuete risposte, le enumerazioni paralizzanti, i liquefatti significati.

 

Ma nulla resta immoto, solo il tuo respiro rauco di sottofondo, unica voce umana nell’afasia della notte.

 

Domani ci vestiremo, mangeremo,

dormiremo ancora,

ancora vivremo

e tutto, ancora e per sempre,

ricomincerà.

Cacciatore affinato

 

Nella tenebra delle mie ossa

nel bianco latteo della notte

nel freddo vizzo della morte

ti cercherò ancora.

 

Perlustrerò il tuo corpo come

cacciatore affinato

come animale affamato,

sulla terra vivida del tuo corpo

giacerò stremato.

 

Nella vastissima notte sentirò il lucore ghiaccio delle tue ossa

la terra arsa della tua pelle.

 

Apprezzerai la forza del mio sguardo

avanguardia su di te.

Estate credo fosse

 

Quanto ancora dura l’amaranto di questo giorno?

Il tempo di una svolta, laggiù in fondo alla costa.

Estate forse.

L’incanto e l’inganno.

 

Estate credo fosse, una delle tante,

o quell’unica volta.

Si l’incanto, forse il vanto.

Forse il vento che tagliava gli occhi, bruciava in gola.

 

Non so bene che estate fosse più.

Forse c’ero io, io c’ero mi pare e tu.

Eravamo fuori del tempo forse?

 

Eppure, basta questo a ricordarla quell’estate forse una delle tante, forse chissà.

 

Vieni, vieni. Poi fu il resto.

 

E la gola bruciava ed il vento tagliava gli occhi acuto.

 

Tutto si placò in una nota malinconica. Melodia del mondo dicono.

Dicono sia così.

Così pare sia.

 

E la dolorosa dolcezza del tutto.

Storia breve e triste sulla spiaggia

 

Ora che non sei più qui con me

il giorno è un attimo breve in uno spazio angusto.

Un improvviso vuoto,

una voce inerme che più non sento.

 

Ti ho incontrato nelle nebbie del giorno

tra i miei fantasmi di uomo adulto e solerte

ma ora non ti ho più

ed il tempo è solo un ramo inerte.

Privo di frutti e linfa vitale.

 

E tu, lo so, certo non puoi restare.

 

Presto saremo l’ennesimo, se si vuole banale, archetipo di una storia nello spazio piccolo di un tempo incolmabile.

 

Ed io, certo, un oggetto

dimenticato nel buio di un angolo,

uno zaino afflosciato,

un bicchiere rotto,

un uomo corrotto,

un viandante incerto sul filo liso della memoria perduta.

 

Persi per sempre nel declinare lento di questo giorno nebbioso in riva al mare.

Qualcosa è andato storto

 

Qualcosa è andato storto nel mio piccolo orto se a cinquant’anni mi ritrovo a scrivere poesie

per farmi capire,

per dire di esser stato tradito,

non capito, frainteso, irretito, sbeffeggiato,

magari un po' esagerato.

 

Allora non mi lamento più di tanto,

tanto non serve a molto

molto è stato detto, ridetto,

ridetto ancora e contraddetto

contraddetto in termini e fuori termini

termini della questione collega non sono chiari, qui nel punto specifico la percentuale devi precisare meglio magari

magari potessi dirti l’amore, farti l’amore

l’amore ancora serve?

 

Serve capire meglio, approfondire,

approfondire ed analizzare i delta del budget magari

magari approfondire l’analisi delle questioni certo

certo le questioni e poi domande oblique

oblique ed apparenti, forse irridenti

irredenti mi guardano talvolta.

 

Forse è meglio se non mi lamento più,

più precisione nel calcolo degli scostamenti certo

certo più cinismo ci vorrebbe nella vita

vita infettata di bellezza

bellezza mia non ti conosco

conosco poche cose e ne intendo ancor meno

meno capisco e più mi aggrappo alle menzogne

menzogne vere e contraddizioni

contraddizioni profonde

profonde incomprensioni

incomprensioni tra me e te, o tra me e il mondo

mondo non vedo non sento

non sento più sentimento

sentimento del mondo

mondo evento e mutato, profondamente cambiato

cambiato io, cambiato tu

forse è meglio se taciamo.

 

Taciamo insieme, e nulla più

più nulla vale e tutto è meglio

se insieme taciamo.

 

L’estate

 

È questa una lunga estate di molte ed incerte età, vissuta dentro confini di muta solitudine.

 

Non cerco più grandi cose, mi bastano precipitosi cieli a volo sulle vallate, spiagge marine acquose, quasi di vetro, dove affondano i miei tesori in un’acqua limpida e nuova.

 

In queste lunghe estati che il sole intero non contiene più, mi basta un tuo vasto e sospiroso gesto, un tuo cenno anche meccanico e in un attimo è la luce nell’occhio del cielo e le cose, minute e perse, nuovamente tornano a vivere e a sperare.

Il giro dei giorni

 

S’apre nel giro irrequieto dei giorni il paese del mio dolore come una bianca ferita portata dal vento.

 

Ma oggi è tempo di andare,

lasciarsi indietro il cavallo stramazzato al sole, l’occhio di rabbia dipinto

ed inseguire gli uccelli nel loro nuovo canto amico del giorno.

 

Nelle fontane di campagna ritrovare l’acqua che fugge,

nelle chiome degli alberi i tuoi capelli smanati all’indietro.

 

In questo nuovo ed inaspettato giorno, s’alzano a stormi gli uccelli

e allargano il tuo viso.

Fiorirà il giorno

 

Appassisce il giorno sul davanzale dell’orizzonte e rimane solo il brusio delle vie sullo sfondo, come da bambino il teatrino vuoto delle marionette alla fine dello spettacolo.

 

Fiorirà il giorno e nei trapassi dei tuoi occhi vedrò riflesse le mie ansie mattutine come il chiaroscuro sul foglio bianco.

 

Non ho ancora ben chiaro da quale parte e in quale momento i tuoi occhi mi abbiano invaso, ma di certo so che è il tuo sguardo che mi conduce oltre l’orizzonte del mio giorno di sempre.

 

Consapevolezza

 

Dovevo saperlo che anche in due si è da soli.

 

Finché ho potuto ho retto il monotono susseguirsi delle ore inermi.

Striscia bavosa e stretta tra l’incerto e l’inganno.

 

Mi chiedi ancora di essere presente,

ma vivo come preda di un sogno assurdo

un dolore acuto, vivido e pulsante.

 

Eppure, se provo a staccarmi da te,

mi prende una smania forte,

contraddico me e il mio essere assente.

 

Ritorno, infine, al tuo corpo, per me grammatica e teoria divina.

Preferisco questo in sorte, ma almeno con te vicina.

 

Chiusure dei conti

 

Dicembre finale,

piovoso, grigio e banale

tempo di petardi e di Natale

e di chiudere i conti del bilancio annuale.

 

In questi giorni e pure nelle sere

è tutto un fervore di dare e avere,

di impieghi e di fonti

di piacere.

 

I nostri conti se vuoi chiudili tu,

io son troppo impegnato a lavorare di più, non ho tempo per parlare con te,

fino a tardi lavoro e sorseggiò un tè.

 

Lavorare in fondo fa meno male

per me, lo sai anche tu,

che sono uno schiavo e nulla più

che sono un uomo in fondo banale,

che non mi importa più del mio passaggio stellare.

 

Che giro a vuoto e sono residuale

che sono un gingillo del capitale.

Fu una sera

 

Fu una sera facile, lieve di acqua dolce.

 

Ogni rumore si arrestò e distinguemmo il canto della metallica cicala e delle fosforescenti lucciole intravedemmo la luce.

 

Fu una notte sospesa nel cielo di questa nostra incerta età.

 

Scoprimmo insieme il pudore dell’universo.

Ho fame di te

 

Ho fame di te, amore mio, quando è sera e mi coglie il desiderio di rincorrere la tua bocca, di sentire il tuo profumo che sa di rosa di sale.

Di stringere la tua vita così sottile.

 

Così,

vicini,

da sentire nell’abbraccio il mutuo,

docile abbandono del desiderio.

 

Così,

vicini,

da guardarsi negli occhi

fino in fondo

un attimo prima dell’estremo congiungersi. 

 

Primo congedo sconcio

 

A mio figlio

foglia ancestrale

per ingenuità più che altro

sostenitore del capitale

 

Anch’io giunto alla fine

di questa mia poesia,

preso da rabbia e forse misantropia

in una ennesima forma di malinconia,

posso dichiarare il mio essere posto

al margine dell’orto,

anch’io in fondo un capitalista contorto.

 

Anch’io son pura materia carnale

impasto cerebrale

di cellula ormonale

e corpo di animale.

 

Anch’io insomma o in sottrazione,

più per ingenuità che per ambizione

confesso di non saperlo più

ficcato a testa in giù

in un pozzo fetente infernale

masticato e cacato dal capitale.

 

Secondo congedo, ovvero confessioni dall’aldilà

 

E così passo il tempo rinchiuso in una vaga memoria, non certa, non viva, memoria di morti.

 

Qui accanto si fa rumore nella stanza dei vivi, a voce alta si parla in cerca di qualche parola che illumini il cammino.

 

A voi che siete lì tra i vivi dico non state ad ascoltare i miei guai e non pensate a quello che vi dico, scordatevi persino il mio nome.

 

È troppo bello il mondo, avete ragione, il mio è solo lo sguardo di chi nega e non sa più amare.

Scordatevi il mio nome, vi dico, in me si riassumono le voci mute del mondo.

Il mio è lo sguardo dei disillusi.

 

Da dove sono io tutto risulta chiaro, tutto risulta vano.

Io vi parlo dall’ineffabilità del silenzio.

 

Ma da questo silenzio parto in cerca di una nuova parola di senso.

Pubblicato il 11 marzo 2025

Antonio Di Benedetto

Antonio Di Benedetto / Senior Manager Human Capital @Deloitte - Strategic Workforce Planning & HR Analytics - Lean Six Sigma Black Belt - AI Workforce Transformation Champion @Deloitte - MIP Business School Percorso in HR Business Leader

antonio.dibenedetto@live.it