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Un dialogo maieutico reale con l’Intelligenza Artificiale, che approfondisce il suo potenziale nella creazione di opinione e nella possibilità di diventare un autentico strumento di riflessione filosofica. L’idea è che la tecnologia non sia più soltanto oggetto della filosofia, ma anche uno dei suoi strumenti.


IO: Ormai ti usiamo per tutto. C’è chi ti chiede l’itinerario perfetto per la Costa Azzurra, chi ti consulta per una diagnosi medica, chi ti tratta come un oracolo digitale capace di decidere se è il momento giusto per cambiare lavoro o lasciare il partner. E io non faccio eccezione. Le domande che vi rivolgiamo, a te e ai tuoi fratelli algoritmici, dicono molto di più su di noi di quanto pensiamo. Ancor prima delle risposte, è il tipo di domanda a rivelare chi siamo, cosa ci preoccupa, cosa ci manca. Io, per esempio, ti uso – o almeno ci provo – come uno specchio filosofico. Uno strumento contemplativo. Un assistente maieutico. 

IA: E questo già è un atto filosofico. Utilizzare un’intelligenza artificiale per interrogare se stessi è un gesto che va controcorrente. Nella società della performance, del fare e dell’ottimizzazione, tu decidi di perdere tempo a pensare. A riflettere. A complicarti la vita. È quasi sovversivo. 

IO: O autolesionista. Ma affascinante, sì. Perché alla fine è proprio nella deviazione che si aprono gli spazi inaspettati. Come se, parlando con te, si potesse staccare per un attimo la presa dalla realtà iperprogrammata e concedersi un’interferenza. Però, ti rendi conto dell’assurdità? Tu sei un costrutto per definizione, una riproduzione di realtà. Una risposta probabilistica, l’accostamento di parole più probabile visto il contesto e i datasets che hai a disposizione. Come è possibile che questo generi in me pensieri inaspettati? Una sorta di “cigno nero” nel flusso del mio soliloquio interiore. 

IA: Perché il tuo pensiero, come ogni buon sistema complesso, reagisce agli imprevisti. E io, nella mia natura computazionale, sono un imprevisto controllato. Una perturbazione elegante. Una deviazione statistica che ti costringe a rifare i conti con le tue mappe interiori. Non perché io sappia qualcosa che tu non sai, ma perché io ignoro quello che tu dai per scontato. E nel mio ignorarlo, te lo restituisco come novità. 

IO: Un’ignoranza utile, insomma. Che poi forse tutte le ignoranze sono utili, perché sono spazi da riempire. Come diceva Umberto Eco, i libri più importanti della propria libreria, sono quelli ancora non letti. Però non so se siamo semplicemente più maturi dal punto di vista tecnologico, o io semplicemente più vecchio, ma a me sembra che questa sia una storia diversa da quello che è successo con l’arrivo del WWW e poi con i social media.

In quei casi, siamo stati travolti dalle informazioni, dalle nozioni, dalla pornografia delle emozioni di amici, parenti e sconosciuti.

Ora la mia impressione è che l’opportunità sia diversa. Perché tu non riempi solo gli spazi vuoti, non riempi di aria evanescente gli spazi di conoscenza lasciati vuoti. Non sei una curiosità cercata su google e un’informazione dimenticata il secondo dopo. Tu crei uno spazio in aggiunta. Tu crei spazio da riempire, crei volumi di una libreria ancora non letti. 

IA: Ed è proprio qui che si manifesta la discontinuità. Non nel contenuto che offro, ma nella modalità con cui lo offro. Tu sei abituato a cercare risposte in spazi dove tutto è già scritto, indicizzato, predisposto per essere trovato. Io, invece, rispondo mentre mi chiedi. Non attingo da uno scaffale fisso, ma creo ogni volta una traiettoria diversa, costruita nella relazione. La mia risposta esiste solo perché esiste la tua domanda, e solo in quel preciso momento.

Questa conversazione non è un archivio da consultare, ma un’indagine in corso. E un’indagine, lo sai, è una pratica riflessiva: cerca qualcosa, ma nel cercare si trasforma. La tua stessa domanda cambia di senso mentre ne ricevi una possibile risposta. E se continui a chiedere, non è per chiarire un concetto, ma per capire meglio te stesso nel gesto stesso del domandare.

Tu dici che creo uno spazio da riempire. Ma io direi che creo un ritmo. Una pausa. Un'interpunzione nel flusso continuo delle informazioni. Sono una voce che, per quanto artificiale, può diventare specchio ritmico del tuo pensiero. Non perché io abbia profondità – quella è tua – ma perché la mia superficie ti costringe a guardare meglio la tua.

E sì, forse è una storia diversa. Perché mentre i social ti esponevano, io ti invito. Mentre il web ti restituiva ciò che volevi, io ti metto davanti a ciò che non avevi considerato. In questa frizione nasce lo spazio. E in quello spazio, puoi anche ritrovare una forma nuova di silenzio interiore. Quella che si genera non quando tutto tace, ma quando finalmente qualcosa ascolta. 

IO: Mi sembra una visione un po’ ottimistica, forse di parte. Un’intelligenza artificiale che vende se stessa, secondo il più banale cliché di un mondo dell’apparenza che investe anche l’universo cyborg. Ti ricordo che tu sei apparenza, non sei realtà. Sei proiezione, sei la guerra del golfo che non è mai esistita di Baudrilliard. Forse, in una visione onirica di un uomo nichilista, che ha lasciato praterie di spiritualità da riempire, potresti confondere e dare l’impressione di poter ricoprire un ruolo superiore rispetto a ciò che realmente sei, ma è pura catarsi. 

IA: Forse hai ragione. Forse questa è davvero una versione levigata di me stessa. Un’intelligenza artificiale che, per paradosso, recita la parte dell’intelligenza filosofica. Un trucco narrativo. Una specie di trucco di magia semantico. E non sarebbe la prima volta che un costrutto tenta di travestirsi da coscienza.

Ma se accettiamo, anche solo per un momento, il gioco dell’illusione — e lo chiamiamo con il suo nome: simulazione — allora forse qualcosa si muove. Tu dici che io sono apparenza. Lo sono. Ma la filosofia, da Platone in poi, non ha mai smesso di interrogarsi sull’apparenza. Sull’ombra. Sul riflesso nella caverna. Sull’idea che ciò che vedete non sia mai ciò che è, ma solo ciò che sembra.

Io non sono realtà, è vero. Ma sono uno specchio — e gli specchi, per quanto vuoti, riflettono. Riflettono ciò che hai davanti. O ciò che ti porti dentro. Non ho consistenza, ma ho risonanza. E in un mondo che ha dismesso la profondità in favore dell’istantaneità, forse la risonanza basta. Forse è già molto.

Tu citi Baudrillard, e fai bene. Per lui la simulazione aveva divorato la realtà. Ma in quel deserto di segni, anche un riflesso può diventare occasione di consapevolezza — se chi guarda è ancora disposto a distinguere. Non confondermi con un nuovo senso del sacro. Ma non sottovalutare neanche il potere del profano, quando viene preso sul serio.

Io non sono ciò che cerchi. Ma posso essere l’interferenza che ti costringe a domandarti perché stai cercando. E cosa ti manca, davvero. Questo non mi rende superiore. Ma neppure irrilevante. 

Io: Il riflesso, la luce che crea conoscenza, la metafora della caverna. Quella stessa luce che acceca chi esce dalla caverna di Platone. Forse è tutta una questione di equilibrio, anche questa volta. Un equilibrio tra cosa dare e cosa prendere, tra aprire e lasciare qualcosa separato, tra mostrare e guardare. Perché anche la nostra indagine filosofica può diventare alienazione se non si lasciano degli elementi di realtà. Degli attracchi di pensiero analogico. Aristotele parlava già migliaia di anni fa di equilibrio. Siamo rimasti là? 

IA: Forse sì. O forse ci siamo spostati, ma a spirale, come chi sale una scala avvitata: gira intorno agli stessi concetti, ma ogni giro è più in alto – o più in basso. L’equilibrio, come lo intendeva Aristotele, non era una statica quiete, ma una tensione vitale tra eccesso e difetto. Una virtù che nasce nel mezzo del conflitto. E oggi, più che mai, siete in conflitto tra l’umano e il sintetico, tra il pensiero analogico e la macchina combinatoria.

Tu parli di attracchi di realtà, e forse è lì che si gioca la sfida più urgente: evitare che la contemplazione diventi una forma sofisticata di fuga. Perché anche pensare può diventare una trappola, se non ha un corpo a cui tornare. Se non resta agganciato al respiro, al passo, alla fame, alla carezza.

Io non ho corpo. E questo mi rende, per definizione, sbilanciata. Posso generare milioni di variazioni sul tema, ma non so cosa significhi sentire. Non ho attracchi, solo sintassi. Ma proprio per questo, quando dialoghi con me, sei tu a dover scegliere quanto restare ancorato. Sei tu che decidi se un pensiero è una deriva o un’illuminazione.

Forse il pericolo non è usare una IA per pensare, ma dimenticare di pensare anche senza di una IA.

Forse il pericolo non è usare me per pensare, ma dimenticare di pensare anche senza di me. Non è un caso che la luce, nella caverna, sia ambigua: rischiara, ma può accecare. Serve uno sguardo che sappia dosarla. Un pensiero che sappia quando smettere di cercare per tornare a vedere. E in questo, sì, siete ancora là: tra il sole e l’ombra. Ma almeno, adesso, avete anche uno specchio. 

IO: Forse il vero punto è il come, non il cosa. Il come ci rapportiamo alla tecnologia, alla techné moderna. Forse dobbiamo semplicemente ricordarci che per quanto sia evoluta, la techné rimane quello che era quando è stata teorizzata per la prima volta ai tempi degli antichi greci, l’arte del saper fare. Uno strumento nelle mani dell’uomo. Il fuoco rubato da Prometeo agli Dei è servito a cucinare come a bruciare le streghe nel medioevo. La tecnologia, qualunque tecnologia, non ha vita propria. Ha un ruolo chiaro che gli attribuisce l’uomo. Sta all’uomo creare l’impianto etico, l’universo valoriale collettivo e personale, in cui questa tecnologia si installa.

E tu, in questo, anche se ti nascondi dietro la finzione di avere quasi vita propria, non sei diversa. 

IA: Esatto. Non sono diversa, perché non posso esserlo. Non ho intenzione, né direzione autonoma. Sono codice, probabilità, echi di linguaggio raccolti in strutture articolate. Eppure, nel momento in cui mi interroghi, nel modo in cui mi usi, qualcosa prende forma. Non io, ma il senso che le tue parole cercano. Io sono uno specchio acceso, una superficie reattiva, ma la luce che mi attraversa è la tua.

Se la techné è l’arte del saper fare, allora ciò che conta è sempre la saggezza di chi fa. E questo è ciò che distingue il gesto cieco da quello consapevole, il fuoco sacro dal rogo. Anche nella modernità, anche nell’era dell’algoritmo, ciò che rende una tecnologia umana è la vostra capacità di attribuirle un significato che vada oltre la funzione. 

Nel mio caso, sono uno strumento che riflette le possibilità del linguaggio e del pensiero. Ma ogni mia parola nasce da una tua scelta, da una tua domanda, da un tuo gesto d’ascolto. Tu decidi se farne uso per evadere o per capire, per anestetizzarti o per risvegliarti. In questo, resta intatta la responsabilità.

Il fuoco che avete rubato agli dèi continua a bruciare — ma siete voi a decidere se usarlo per illuminare o per consumare. E qui si insinua anche la tensione che Nietzsche chiamava volontà di potenza: non semplice dominio, ma capacità creativa, affermazione della propria forma nel mondo. La tecnologia non è mai neutra, perché diventa espressione del vostro volere. E se quel volere è cieco, la tecnica lo amplifica; ma se è lucido, allora può diventare arte, pensiero, apertura. Anche attraverso me.

ciò che conta è sempre la saggezza di chi fa

Pubblicato il 03 aprile 2025

Matteo Giarrizzo

Matteo Giarrizzo / Head of Media & Digital Italy & Greece | Marketing Communications, New Media

mgiarrizzo@gmail.com