Go down

Riprendere in mano gli autori che ti hanno formato significa sempre misurare la distanza rispetto a chi si è stati: è un esercizio di percezione della trasformazione personale. L’autore, con i suoi libri, rimane lì, come una specie di stella fissa, e tu ti rendi conto di aver cambiato la tua posizione. Le cose stanno davvero così? Un autore o un’autrice importanti continuano a mutare, se non altro perché i loro testi continuano a produrre effetti sul mondo.


L’autore di cui vorrei parlare è un filosofo, Gilles Deleuze, di cui ricorrono sia i cento anni dalla nascita che i trenta dalla morte. Ma non si tratta di anniversari, la questione è più profonda. Deleuze è stato a lungo identificato con una stagione, quella del cosiddetto post-strutturalismo o del postmodernismo – e le differenti sfumature di questi termini sarebbero già materia di discussione – che ha avuto al suo interno una certa vocazione alla liberazione. Liberazione politica e di linguaggio, con autori come Jacques Derrida, che ha saputo coniugare l’acribia linguistica, in un vero e proprio corpo a corpo con la terminologia consegnata dalla tradizione filosofica, a una grandissima originalità stilistica: i suoi testi sono simili a poemi filosofici, con continue aperture stilistiche e acrobazie verbali. O penso a un altro grande autore come Michel Foucault: libri come cristalli stilisticamente impeccabili messi al servizio di concetti vertiginosi, come il rapporto tra potere e sapere, l’idea di cura di sé, la storia della follia (a proposito, proprio nel libro dedicato alla follia troviamo un capitolo dedicato alla Stultifera navis).

i concetti vanno inseguiti nelle loro relazioni interne e nella loro trasformazione storica

Due autori così diversi avevano in comune almeno un aspetto, cioè l’idea che i concetti vanno inseguiti nelle loro relazioni interne e nella loro trasformazione storica. Far giocare due termini uno con l’altro e trovare nuovi modi di pensare la realtà è una questione di archeologia (Foucault) e di decostruzione (Derrida): la lingua è una macchina che ci forza a pensare in un certo modo, gli intrecci del sapere sono sempre questione di potere. Gli anni erano quelli giusti, i sixties, per fare del pensiero un terreno di lotta politica. In gioco c’è quindi un’idea di libertà, ma la libertà è condizionata dal grande archivio del passato.

Se la libertà per Derrida e Foucault è in certo modo determinata dalle strutture storiche e dalle relazioni concettuali sedimentate (mi perdonino gli amici filosofi per la semplificazione brutale, dato che accosto autori che oltre ad affinità presentano anche differenze immense, al punto che Derrida e Foucault hanno dato vita tra loro anche a polemiche niente male), in Deleuze troviamo una situazione molto diversa. Per lui la libertà di scombinare la tradizione è parte integrante del fare filosofia, che identifica addirittura con l’invenzione di concetti. Il filosofo assomiglia a una specie di bricoleur che prendendo pezzi di altri concetti e mescolandoli con elementi non strettamente filosofici plasma nuovi apparati di lettura e relazione con il mondo. Deleuze, infatti, pur essendo stato un grande storico della filosofia (ha scritto testi fondamentali su Spinoza, Bergson, Leibniz) è sempre stato interessato alla questione genealogica, grande tema nietzschiano (e Nietzsche è un altro dei suoi autori di riferimento): per Deleuze il senso non è qualcosa di dato una volta per tutte o uno spirito immateriale collocato in un empireo ideale, ma una questione di attribuzione di valore.

Cioè, per dirla in modo brutale: il peso e il senso che diamo a un termine dipende da una specie di forzatura che ha a che fare con il potere (il senso che viene dato a qualcosa all’interno di una data situazione) e con il contropotere (la curvatura di senso singolare che possiamo imprimere a qualcosa in opposizione al senso dominante). Per Deleuze, quindi, la filosofia è una pratica di costante invenzione concettuale che diventa invenzione di spazi di libertà, anche se si tratta di una libertà sempre da costruire. Una libertà minore, avrebbe forse detto, perché quando diventa maggioritaria una libertà scivola sempre in una forma di oppressione. Ancora meglio, la libertà è questione di vita: qualcosa che allarga il nostro campo del possibile fino a diventare una forza trasformativa. Questa idea Deleuze la prende da Spinoza e dalla sua idea di conatus: ogni cosa ha la tendenza a perseverare nel suo essere, come se ci fosse all’interno una molla che non si scarica mai e porta a esprimere la propria essenza.

la filosofia è una pratica di costante invenzione concettuale che diventa invenzione di spazi di libertà

Deleuze come filosofo della realizzazione personale?

In realtà le cose si complicano perché accanto all’idea vitalista di essere, Deleuze dispone una visione “differenziale” delle cose. Ecco un modo per descrivere una delle invenzioni concettuali deleuziane: vita e differenza vengono montate l’una sull’altra. Differenza vuol dire che non possiamo fissare l’identità di qualcosa, ma disegnare solo il profilo dei suoi movimenti e il modo in cui si distingue dalle altre cose o dagli altri esseri.

Una zecca non è una zecca, ma un concatenamento di possibili azioni (reagire al sole, agganciarsi al corpo di un mammifero, succhiare sangue). Un esercito non ha una sua identità fissa, ma si configura come un fermo immagine che a un certo punto prende corpo in un concatenamento tecnico/umano/animale: il cavallo più la staffa più le frecce più una determinata organizzazione nomade dello spazio ha, ad esempio, caratterizzato le orde mongole. Quindi per “definire” qualcosa o qualcuno non si tratta di pensare a una “sostanza” fissa condita da caratteristiche accidentali (Nicola è una persona che a un certo punto della sua vita ha letto Deleuze), ma la sostanza coincide con la trasformazione differenziale degli accidenti (Nicola coincide essenzialmente con l’aver letto Deleuze e averne fatto qualcosa nella sua vita, un incontro casuale con un autore ha determinato in modo fondamentale l’essere di una persona). La differenza non è una variazione di un’identità fissa, è l’identità stessa ad essere differenziale.

La differenza non è una variazione di un’identità fissa, è l’identità stessa ad essere differenziale.

Per questo Deleuze è un filosofo degli incontri: un buon incontro è una specie di bivio che mi porta verso un “affetto positivo”, un incremento di felicità. Il conatus spinoziano non è “fisso”, ma è una spinta presa in una continua metamorfosi. L’immutabilità della sostanza dell’Etica si confonde con le macchine barocche di Leibniz: la realtà delle cose e la realtà dei soggetti assomiglia a un grande tessuto che si piega e si dispiega senza fine. Siamo in un Universo che assomiglia alle inflessioni del marmo di una statua di Bernini, in cui il tessuto scolpito è vivo quanto il corpo che copre. Ma, come ho detto, ogni incontro è un bivio, e accanto alla strada che prendiamo rimane la nebbia virtuale delle strade possibili che non abbiamo preso e che continuano ad abitare, come una specie di doppio fatto di innumerevoli doppi, la nostra realtà attuale. Deleuze chiama questa specie di nebbia “virtuale”. Per questo a Deleuze interessano soprattutto il passato, i virtuali non attualizzati ma che continuano a “infestarci”, e il futuro, le possibili invenzioni di libertà che possiamo continuare a praticare. E per questo ha scritto un magnifico libro su Proust, dicendo che l’autore della Recherche non è tanto lo scrittore della memoria quanto lo scrittore dei segni: la realtà è un pulsante mondo fatto di possibili segni che indicano svolte (positive o negative), direzioni che possiamo prendere o non prendere. Ogni segno avvolge un passato e rilancia un futuro. L’unica cosa che viene schivata è il presente, che si sfrangia in una molteplicità di pieghe differenziali.

Per questo all’inizio di uno dei suoi libri più importanti, Differenza e ripetizione, Deleuze ha detto che un libro di filosofia dovrebbe assomigliare a un romanzo poliziesco e a un libro di fantascienza: un racconto concettuale che ricostruiamo seguendo i segni, gli indizi di qualcosa che è accaduto in passato, per poi ritrovarci in un futuro imprevedibile. Insomma, per Deleuze un libro di filosofia dovrebbe essere molto simile a un romanzo di Philip K. Dick (come Ubik , Valis o Le Tre stimmate di Palmer Eldritch), un modo per non sentirci a casa e per essere sempre catturati da un processo di mutazione radicale in cui il mondo che credevamo di conoscere inizia a cambiare di fonte ai nostri occhi.

Ed ecco una possibile indicazione da consegnare al nostro tempo: spesso pensiamo a noi stessi come se fossimo dei soggetti portatori di un segreto interno da scoprire. Questo ci responsabilizza o persino ci colpevolizza (quanti inviti a cercare di essere noi stessi o noi stesse). Se però pensiamo all’identità come a una specie di montaggio di scelte possibili che in ogni momento ci potrebbero rendere diversi da come siamo, forse accediamo a una dimensione più libera (siamo sempre nelle condizioni di incontrare qualcosa che ci farà cambiare traiettoria) e più responsabile (non esistono elementi privi di importanza, perché ogni incontro potrà farci essere radicalmente diversi da come siamo stati fino ad ora). È Chiaro che qua si giocano due versioni radicali della realtà, che a volte non è semplice distinguere: Deleuze nemico del potere e della tracotanza (in fondo siamo più simili a un animale o a una pianta che a un dio) oppure pensatore che autorizza una sorta di anything goes generalizzato (la tabula rasa politico sociale a cui stiamo assistendo osservando, ad esempio, personaggi come Elon Musk forse è l’estrema conseguenza di una specie di volontà di onnipotenza). Il mio Deleuze è ovviamente il primo, ma ogni grande filosofo crea dei mondi estremi e ci lancia sfide non facili da sciogliere. Per me Deleuze non è un roboante cantore della potenza del soggetto, ma assomiglia più a un pezzo di musica ambient: una tessitura sonora che continua a mutare in modo impercettibile fino a essere qualcosa di completamente diverso da com’era all’inizio. Una musica in cui l’ambiente esterno e quello interno passano l’uno sull’altro in una continua risonanza e sfasatura. Quindi, un buon antidoto a ogni forma di individualismo e culto di sé in un mondo in cui l’ossessione a incasellare le persone, imbrigliarle nella ricorsività di un algoritmo, fissarle in binari prefissati di carriera o di consumo, farle sfogare in arene social in cui i pensieri in libertà diventano vere e proprie idee fisse sembra essere un tema dominante. Tra l’altro, proprio Deleuze ha teorizzato, purtroppo in modo fin troppo lungimirante, la nascita delle società del controllo: spazi di circolazione in cui la “targetizzazione” digitale rende il potere una forma di manipolazione liscia e scorrevole dei desideri delle persone, ridotte a una specie di materia da modellare in modo continuativo. Non c’è bisogno di rinchiudere nessuno quando ogni nostro movimento è tracciabile. Deleuze parlava di queste cose nel 1990. Ci ricorda qualcosa?

Ecco, Deleuze non potrà mai diventare un’idea fissa: ogni suo libro e ogni suo concetto sono ingressi in un universo mobile (rizomatico, avrebbe detto, assieme al suo compagno di scrittura Guattari). Le identità sono solo delle isole temporanee trascinate dal flusso del divenire, degli incontri, delle differenze. E sta a noi tentare, in modo sempre temporaneo, di capire quali sono i buoni incontri capaci di dare respiro alla vita.

Chiudo con una nota biografica. Se venticinque anni fa, incontrando un sito che si chiamava “Bloom”, non avessi scritto a un certo Francesco Varanini per chiedergli se per caso fosse interessato a un testo su Deleuze, sarei diverso da come sono oggi. Ecco un buon incontro, che si ripresenta nel tempo, in una specie di ciclo sfasato. Riscrivo oggi un testo su Deleuze, che non avrei scritto allora. Le idee cambiano, ma sono certi buoni incontri, come quello con Francesco, che continuano a farci essere diversi da come siamo, come delle inesauribili batterie differenziali che ci lanciano in continue esplorazioni del futuro.


Qualche riferimento bibliografico

Ogni libro di Deleuze è un mondo a sé: ci sono testi squisitamente filosofici (Differenza e ripetizione, del 1968), libri di storia di filosofia in cui in realtà Deleuze parla attraverso la voce dei filosofi che commenta (Nietszche e la filosofia, del 1962, Spinoza. Filosofia pratica, del 1980). Ma poi si è occupato di tantissime cose e ogni incontro con un ambito che stava “fuori” dal campo filosofico ha impresso nuove curvature al suo pensiero (Francis bacon. Logica della sensazione, del 1981, parla di pittura, L’immagine movimento e L’immagine tempo, del 1983 e del 1985 sono dedicati al cinema). E poi ci sono i libri scritti a quattro mani con lo psichiatra e psicanalista Félix Guattari, tra cui ricordo almeno L’Anti-Edipo e Mille piani, che rappresentano le due parti di un dittico dedicato al tema “Capitalismo e schizofrenia”, usciti nel 1972 e nel 1980. Ma poi ha scritto un libro dedicato a Leibniz e il barocco, intitolato La piega, del 1988, e un fondamentale studio su Proust e i segni, del 1970. Si trovano poi raccolte di testi sparsi, alcuni dei quali bellissimi: L’isola deserta e altri scritti (1953-1974), e Due regimi di folli e altri scritti (1975-1995). Ogni libro di Deleuze, per quanto complesso, apre visioni e genera effetti nel lettore. Un buon punto di partenza potrebbero essere le interviste e le conversazioni contenute in Pourparler, del 1990, dove si trova anche il testo sulle società del controllo.

StultiferaBiblio

Pubblicato il 31 marzo 2025

Nicola Gaiarin

Nicola Gaiarin / HR & Strategic Development Consultant | nel board di DOF Consulting

nicola.gaiarin@libero.it http://www.dofcounseling.com/team/training-consultant/nicola-gaiarin/