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L’Intelligenza Artificiale sorprende per le sue capacità, ma non è del tutto appropriato chiamarla intelligente. Sicuramente è un esecutore (agency, la chiama Luciano Floridi) talmente bravo nel suo lavoro da sorprenderci che ne sia capace, e da farci sospettare che lo faccia con intelligenza. Però, non sappiamo definire con precisione l’Intelligenza Umana, e questo rende ancora più difficile argomentare che l’AI non la possiede.


Il video “HI! Human Intelligence” di Joe Casini, economista, psicologo e imprenditore, da poco disponibile su Prime Video, raccoglie una serie di interviste sul tema, fatte a personaggi autorevoli (Isa Borrelli, Massimo Chiriatti, Mattia Gallotti, Maura Gancitano, Howard Gardner, Daniel Goleman, Djarah Kan, Porpora Marcasciano, Anna Rosling Rönnlund, e lo stesso Joe Casini), e anche agli studenti di università come Columbia, Harvard, Northwestern e London Interdisciplinary School, e altre voci comunque interessanti, come per esempio Immanuel Casto, già presidente di “Mensa Italia”.

L’obiettivo è cercare di mettere a fuoco cosa sia davvero l’intelligenza, e quale ruolo abbia nella nostra autodeterminazione, nelle relazioni interpersonali, e nel modo con cui affrontiamo le grandi sfide contemporanee. Contrariamente al sentore comune, le domande restano tutte aperte, e l’unico punto fermo è la difficoltà di definire una base condivisa. Non resta quindi che ripercorrere gli spunti proposti, che riguardano la cultura, la capacità di ragionamento, la saggezza e la maturità, la collettività. Provo a riassumerne alcuni contenuti che mi hanno colpito, cercando di non alterarli con la mia interpretazione.

Un concetto sfaccettato

Il video introduce un’idea fondamentale: se scomponiamo l’intelligenza in abilità specifiche, il quadro cambia radicalmente. Si parla allora di intelligenze multiple (Howard Gardner), una prospettiva che amplia la nostra comprensione. Accanto all’intelligenza linguistica e logico-matematica, esistono capacità più indipendenti come quella musicale, spaziale, cinestetica (ovvero l’uso del corpo per compiere azioni o risolvere problemi), interpersonale (comprendere gli altri), intrapersonale (comprendere sé stessi) e naturalistica (distinguere elementi del mondo naturale).

Questa visione pluralista appare molto più efficace rispetto all’idea tradizionale dell’intelligenza come capacità misurabile attraverso un test di QI. Come viene spiegato nel video, il test del quoziente intellettivo è stato sviluppato oltre un secolo fa per valutare rapidamente le capacità scolastiche di un bambino. Ma se volessimo sapere se quella persona sarà un bravo musicista, un terapeuta o un atleta, il QI diventa del tutto irrilevante.

Il peso delle aspettative

Una delle riflessioni più interessanti del video riguarda il peso delle aspettative sociali. Una persona ritenuta “intelligente” finisce spesso per sentirsi obbligata a eccellere in tutto. Joe Casini racconta la propria esperienza personale: sin da bambino mostrava una spiccata intelligenza logico-matematica, ma aveva difficoltà nei contesti sociali e incontrava ostacoli legati alla dislessia e a problemi motori. Questo lo ha portato a ricevere feedback molto contrastanti, tra gratificazioni e commenti offensivi, rendendo difficile costruire un’immagine coerente di sé.

Da qui emerge un punto chiave: l’intelligenza è una costruzione sociale. Ciò che consideriamo “intelligente” dipende da cosa scegliamo di valorizzare. Il video lo esemplifica con un’immagine evocativa: se hai una torcia in una stanza buia, e illumini solo un angolo, perdi inevitabilmente tutto il resto.

Bias cognitivi e ossessione per il controllo

Emerge quindi un altro punto chiave: il modo in cui organizziamo il pensiero e come spesso cadiamo in bias cognitivi. Ci sentiamo sempre nel giusto, mentre consideriamo gli altri in errore, ma viviamo questo conflitto continuo anche dentro noi stessi. Questo meccanismo è radicato nella nostra psicologia e influenza il nostro modo di interpretare il mondo.

Oggi si fa un uso relativamente scarso dei dati, nonostante siano spesso ampiamente disponibili, perché siamo probabilmente attratti dalle narrazioni drammatiche e spettacolari, che ci garantiscono ascolto e attenzione, e in definitiva consenso. Questo ci può portare ad una visione erronea del mondo, ma sembra che in molti casi non vogliamo nemmeno scoprirlo. (Anna Rossling Ronnlund, Gapminder Foundation). Non a caso tendiamo spesso a considerare meno intelligente chi non si dimostra d’accordo con le nostre idee.

In questo contesto, strumenti come i social media e l’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui accediamo alle informazioni e le valutiamo. Questo ci porta alla lunga a concepire in modo nuovo la scuola, l’educazione e persino l’intelligenza stessa (Howard Gardner).

Ma qual’è la motivazione principale di questo bisogno di affermare la nostra interpretazione del mondo? La spiegazione proposta da Alessandro Vespignani (Direttore del Network Science Institute alla Northeastern University di Boston) è che nasca dal nostro bisogno di controllo. La scienza ne sarebbe l’espressione più evidente. Fin dall’epoca delle caverne, abbiamo cercato di dominare l’ambiente circostante, prima con il fuoco, oggi con strumenti digitali come Google Maps. La tecnologia ci permette di prevedere eventi e di prendere decisioni migliori, ma porta con sé il rischio di un’illusione di controllo assoluto.

Dall’era della scarsità a quella dell’abbondanza di dati

Per millenni l’informazione è stata un bene raro. Oggi, invece, viviamo sommersi dai dati. L’intelligenza artificiale diventa quindi uno strumento essenziale per individuare schemi e correlazioni che la mente umana, da sola, non riuscirebbe a elaborare (Massimo Chiriatti).

L’evoluzione tecnologica, avanzando a una velocità mai vista prima, superiore alla nostra capacità di adattamento, crea i problemi (la disponibilità di informazioni) di cui diventa strumento necessario per risolverli (la gestione di grandi moli di dati). Tuttavia, nel video viene sfatato un mito comune: la tecnologia non è una forza autonoma, e non può sostituire l’essere umano, ma solo ampliarne le capacità e la visione d’insieme (multidisciplinare, sottolinea Francesco Ubertini): problemi e soluzioni ruotano intorno ad esso, e la sua sostituzione toglierebbe senso ad entrambi.

Le risposte degli studenti

Tra gli spunti più interessanti offerti dal documentario ci sono le osservazioni degli studenti del London Interdisciplinary School, caratterizzate dalla freschezza e la schiettezza di chi sta affrontando e cercando di conoscere la vita adulta, e quindi sta ancora esplorando le proprie capacità e il proprio futuro.

La prima domanda con cui confrontarsi sembra quasi banale: credi di essere intelligente? Tra esitazioni e timidezze, la risposta più sorprendente è forse: se sei convinto di esserlo, probabilmente smetti di sforzarti di diventarlo. Questo introduce subito l’incertezza che ruota intorno al tema. Alla successiva domanda, si nasce intelligenti o lo si diventa?, nessuno nega che esista un potenziale di base, ma l’ambiente in cui si cresce, i modelli educativi e il contesto sociale giocano un ruolo determinante nel plasmare la nostra capacità di esprimere e applicare l’intelligenza.

Nel rispondere alla domanda esplicita, se l’ambiente condiziona il modo di esprimere la propria intelligenza, emergono quasi all’unisono gli stessi fattori chiave: la cultura, i valori e le opportunità che una società offre possono influenzare profondamente l’intelligenza individuale. Alcuni ambienti stimolano la curiosità e la capacità critica, altri soffocano la creatività e impongono conformismi. E arriviamo così all’altra domanda: l’intelligenza è sempre un vantaggio? In certi casi, un’intelligenza fuori dagli schemi può risultare un problema più che un vantaggio. Come nel paradosso di Easterlin, secondo cui oltre un certo punto la ricchezza non aumenta la felicità, anche l’intelligenza può diventare un’arma a doppio taglio: può facilitare il successo e la comprensione della realtà, ma anche isolare, rendere più evidente la distanza con gli altri, creare difficoltà di comunicazione. E’ stato ricordato che, oltre un certo punto, si rischia di porsi troppe domande, mettendo tutto in discussione e complicando la propria vita anziché semplificarla.

E allora, cosa è meglio tra essere intelligenti o essere felici? Qui le risposte divergono nettamente. Alcuni studenti sostengono che la felicità sia l’unico obiettivo sensato, tutto il resto è funzionale a questo. Altri sottolineano che la felicità è per sua natura effimera, mentre l’intelligenza può essere uno strumento per affrontare meglio la vita. Forse, la risposta più convincente è quella che li riconcilia: felicità e intelligenza non sono due percorsi separati, ma strettamente intrecciati. Essere felici significa anche poter esprimere la propria intelligenza in modo autentico, senza doverla nascondere o piegare alle aspettative altrui.

Queste riflessioni di giovani adulti, non offrono risposte definitive, ma suggeriscono che l’intelligenza sia compresa attraverso un continuo processo di crescita e adattamento, in cui il contesto, l’ambizione e le relazioni giocano un ruolo altrettanto cruciale delle capacità individuali. Non è questo un modo intelligente di affrontare la questione dell’intelligenza?

L’intelligenza è anche collettiva

Uno degli aspetti più affascinanti del video riguarda la dimensione collettiva dell’intelligenza. Quella che Mattia Gallotti (London Interdisciplinary School) evoca con l’espressione “the smartest person in the room… is the room”. Il pensiero non è un atto solitario: è il risultato di connessioni tra individui, di scambi culturali e di una rete invisibile che si è fatta sempre più complessa con il passare degli anni. E’ noto come internet e le tecnologie digitali abbiamo favorito l’interconnessione tra individui, e gli studi sulla complessità ci forniscono strumenti per analizzarne le dinamiche. Così si formano bolle di sapere collettivo e di valori condivisi, o almeno oggi sono più visibili grazie al digitale (Vespignani).

L’intelligenza incarnata e il divario tecnologico

Particolarmente stimolante è l’osservazione di Massimo Chiriatti, sulla dimensione corporale che ci distingue dalle macchine. Abbiamo un corpo che dobbiamo proteggere, alimentare e riprodurre, dunque abbiamo dei fini, e contemporaneamente abbiamo una fine. Per questo abbiamo sviluppato una particolare visione del mondo, ed una capacità di agire su di esso, la cui natura è biologica. La dimensione collettiva ci permette maggiori probabilità di sopravvivenza e di produrre cambiamenti in nostro favore.

La cultura è quel livello intermedio in cui i nostri saperi e i nostri valori sopravvivono al singolo individuo, e d’altra parte evolvono con una velocità maggiore rispetto a quella biologica. Vespignani ha dato alcuni esempi concreti. A proposito della gestione della pandemia, c’è chi ha dato priorità alla riduzione del numero di vittime a tutti i costi e chi ha privilegiato il ritorno alla normalità il più rapidamente possibile. Entrambe le scelte si basano su sistemi valoriali diversi, e non esiste una risposta assoluta. Lo stesso vale per il cambiamento climatico o le disuguaglianze sociali: la direzione che prenderemo dipenderà dai valori che sceglieremo di adottare come collettività.

La velocità di sviluppo della tecnologia, oggi, è tale da sopravanzare di molto quella dei cambiamenti culturali, oltre che quelli biologici. Questo divario genera tensioni tra i nostri bisogni umani e il mondo iper-tecnologico che stiamo costruendo.

Conclusione: un nuovo sguardo sull’intelligenza

Il video si chiude con una riflessione sulla tecnologia: spesso si tende a semplificare il suo ruolo, vedendola come qualcosa che sostituisce l’essere umano. In realtà, è uno strumento che può aiutarci a risolvere alcune delle sfide globali più urgenti.

La vera domanda da porci non è se le macchine prenderanno il nostro posto, ma come possiamo usare la tecnologia per migliorare la nostra intelligenza collettiva e creare un mondo più sostenibile ed equo.

In definitiva, questo video offre una visione ampia e articolata dell’intelligenza, aiutandoci a mettere in discussione le nostre convinzioni e a guardare con occhi nuovi sia noi stessi che il mondo in cui viviamo.

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Pubblicato il 17 marzo 2025

Gino Tocchetti

Gino Tocchetti / Driving Innovation and New Ventures @ Corporate Startup Ecosystem

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