Ho preso il largo…
Da decenni mi occupo di qualità delle relazioni e di evoluzione personale e negli ultimi dieci anni sono concentrata particolarmente sul tema della gentilezza. In questo percorso ho incontrato diverse persone che trattavano in qualche maniera questo tema, ma col tempo mi sono resa conto che il senso che attribuisco alla parola gentilezza, si accosta molto raramente a quello che sento e che leggo intorno a me.
Ma ho anche incontrato chi alle parole si dedica con una cultura e un senso di approfondimento veramente significativi.
Fra questi Carlo Mazzucchelli, un filosofo profondo, oltre che un ex dirigente d'azienda, tecnologo, ideatore di diversi progetti creati per promuovere una riflessione critica sulla tecnologia e i suoi effetti: la sua riflessione e il suo lavoro sono concentrati sul concetto di Tecnoconsapevolezza.
Mi piace particolarmente come egli si racconta: “Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare”.
Ora lo incontro come co-fondatore di STULTIFERANAVIS.
Con lui in un testo edito da Delos, ho trattato il tema della gentilezza nelle relazioni digitali, ho condiviso con lui più convegni in presenza e on line; lui, gentilmente, attribuisce a me il merito di averlo fatto tornare in presenza, nonostante una sua scelta di disertare questi eventi.
È comunque lui che con pazienza e costanza mi ha sempre coinvolta nei diversi progetti, anche se da qualche anno, per un certo senso di delusione ho cominciato a declinare le varie proposte, giustificando il mio sottrarmi con espressioni del tipo: “mi ritiro” “voglio scendere”.
In una delle ultime corrispondenze, Carlo commentando alcuni contesti ha scritto: “Questa è barbarie e tirannia. Per questo ho preso il largo”
In una sola frase aveva espresso il mio sentire e l’idea di prendere il largo mi ha fatto fare un respiro più ampio, come capita di farlo guardando il mare; ho percepito come una via di fuga alternativa, più elegante rispetto al mio “voglio scendere”, “mi ritiro”.
Ho chiesto a Carlo come avrei potuto fare per salire a bordo per prendere il largo, quali le modalità per farlo con la gentilezza con la quale amo muovermi.
Lui pazientemente, ancora una volta, mi ha guidato in visita alla Stultiferanavis. Sono rimasta affascinata dall’atmosfera che ho potuto respirare, così sobria nella sua eleganza, così calda e accogliente nei suoi colori, così immediata ed essenziale nella forma con cui ha scelto di raccogliere i contenuti “confezionando” gli stessi con uno stile quasi calligrafico, come un ricamo in una cornice preziosa che conferisce un plus ai già ricchi temi trattati.
Ho iniziato ad esplorare seguendo le indicazioni di Carlo, ascoltando il suo racconto pacato, la sua quieta navigazione e mi sono ripromessa una silenziosa e accurata rivisitazione per dedicare attenzione a ogni contenuto, magari non in un tempo breve. Anzi con l’approccio che caratterizza il mio incedere, “festina lente”, consapevole che anche la sola lettura avrebbe contribuito a creare sottili e significative connessioni umane.
La STULTIFERANAVIS ha la connotazione dell’engramma della gentilezza, dell’affordance della gentilezza
Ho sentito che tutto questo aveva la connotazione dell’engramma della gentilezza, dell’affordance della gentilezza, delle specifiche peculiarità con le quali accudisco questa preziosa dimensione umana.
La gentilezza, un capolavoro culturale, che non ha bisogno, come ogni opera d’arte, di un belletto o di una qualche azione di messa in opera o di restauro superficiali, ma necessita della cura con la quale l’archeologo, consapevole della preziosità degli oggetti che riporta alla luce, usa il pennellino più morbido per fare mergere delicatamente l’essenza, il distillato, l’origine, la ghianda, contribuendo così all’autenticità delle relazioni.
Michelangelo sosteneva che per le sue opere non aveva bisogno di altro che togliere il marmo in eccesso perché la statua era già lì, implicitamente presente nella materia.
Qualcosa del genere, sempre con delicatezza e soprattutto in contesti privilegiati solo per il fatto di essere frequentati da compagni di navigazione orientati alla ricerca di qualcosa di autentico, oltre le finzioni che caratterizzano parole e atteggiamenti di chi cerca soltanto visibilità e popolarità effimere.
Penso a compagni che sanno affrontare i disguidi, sempre possibili nelle interazioni umane, su una nave poi, ma anche disponibili a confrontarsi con qualche avversità di navigazione che il mare può riservare. Persone che hanno coltivato uno spazio per l’imprevisto l’inatteso e in qualche maniera hanno sviluppato la competenza dell’incertezza, implicita nella ricerca. Questo allenamento consente loro di praticare quella gentilezza che solo un’intelligenza sensibile riesce a coltivare e tradurre in azione.
“Un’intelligenza segreta”, scrive Carlo Rinaldi, “una trama che non possiamo vedere subito, ma che diventa chiara solo nel tempo. Possiamo vedere il ricamo, ma non come è intrecciato: un filo pronto a tessere sensibilità che sfuggono alla nostra logica.”