Partire, imbarcarsi, sciogliere gli ormeggi, andare verso l’ignoto, può sembrare una scelta di vita pessimistica e disperata (erano disperati anche i miei antenati che agli inizi del Novecento si imbarcarono per l’Argentina?). E se fosse al contrario una scelta di speranza, coraggiosa? Una specie di esorcismo liberatorio? Si scappa dalle sconfitte terrestri (guerre, pandemie, depressioni e suicidi, solitudini, autoritarismi reazionari in aumento, crisi climatica). Sconfitte che sono individuali, collettive e sociali e che si vanno costantemente accumulando. Si scappa alla ricerca di una nuova estetica dell’esistenza, per esistere diversamente, perché si dà ascolto alle proprie percezioni e sensibilità, nella speranza che in mare i naufragi, sempre possibili, siano meno inevitabili e disastrosi di quelli che si stanno manifestando sulla terraferma.
L’uomo di per sé non è nulla. E’ solo una possibilità infinita. Ma è il responsabile infinito di questa possibilità. (Albert Camus)
Il punto di partenza
Lo spunto per questo testo mi è venuto da ricordi lontani, legati alla lettura dei romanzi di Francisco Coloane, un autore di cui sono stato lettore seriale, e dal ricordo più recente connesso alla lettura del libro del 2023 di Franco (Bifo) Berardi: Disertate, Edizioni Timeo. A Coloane collego la mia voglia di scrivere e la passione per la letteratura, ma anche l’impressione di essere sempre in viaggio verso “la fine del mondo”. Il viaggio parte sempre dalla terraferma sulla quale mi sono temprato, con il lavoro fisico e mentale, tenendo il fagotto per partire sempre a portata di mano. A Berardi Bifo mi collega la condivisione di una lettura della realtà non solo economica, tecnica e politica ma anche psicologica e psichica.
Nel suo libro Disertate Berardi ha disseminato il testo di inviti a non disertare, chiedendo di non ascoltare le sue scelte, nella realtà fornisce un lunghissimo elenco di esortazioni a farlo, anche come scelta generazionale, da Baby Boomer (lo sono anche io) qual è. Una scelta forse già praticata in passato, anche se su fronti e con motivazioni diverse. Anche la realtà è diversa, è certamente peggiorata, almeno nella percezione dei più, e non solo delle persone più anziane.
Rispetto alla realtà del passato, venata di ottimismo, utopica, dedita all’immaginazione e alla ricerca dell’impossibile, felice e rivoluzionaria, militante e impegnata, visionaria e sognatrice, quella di oggi appare a molti come deprimente e reazionaria, passiva, disperata e rassegnata (lo è per molti, anche per chi non ha il coraggio di ammetterlo). Una realtà dalla quale ci si vorrebbe disfare, senza sapere trovare le modalità per farlo. Disertare può allora essere la scelta più corretta da compiere, ma bisogna trovare le motivazioni giuste per farlo e poi meglio farlo in compagnia, con altri.
In passato raramente mi è capitato di dover disertare. Ero pronto a farlo anni fa, avendo sposato la scelta dell’obiezione di coscienza, ma l’esercito italiano decise che non ero “abile” alla (leva) “guerra” (ho già scritto altrove che la vita con me è sempre stata buona). L’obiezione era già decisa. L’avrei praticata per una scelta psicologica, etica e politica, così come non avrei mai disertato in mille altre situazioni, esperienze e ambienti da me negli anni abitati e vissuti.
Riferito all’oggi, in una realtà nella quale moltitudini hanno già disertato da tempo (astensionismo, rassegnazione, re-signation, nichilismo, isolamento, fuga, schizofrenia, ecc.), anche da sé stessi, disertare per me, sempre lontano da scelte conformiste o fatte dai più, potrebbe apparire come una bestemmia, una negazione di una vita di scelte tutte tese all’impegno e al prendere posizione, al farsi carico e avere cura. Tutto cambia però se, facendo mio il modo di intendere la diserzione di Franco Berardi (Bifo), alla diserzione assegnassi un valore etico, politico ed esistenziale: scegliere di disertare per rifiutarsi di condividere una realtà di fatto percepita come malata, iniqua, sbagliata, egoista e priva di significato. Una realtà che sembra andare bene a moltitudini di persone, incapaci ormai di separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, l’informazione dalla conoscenza, le notizie dai fatti, la libertà dalla prigionia.
Disertare quindi potrebbe essere una via di fuga, rispetto a una battaglia già persa in partenza, un modo di chiamarsi fuori, di accettare la propria impotenza che deriva dalla consapevolezza della nullità del proprio modo di pensare e della propria azione. Un senso di impotenza associabile alla rassegnazione (esemplificato anche dal fenomeno della Great Resignation) e alla disperazione. Se si decidesse di disertare, aprendo la strada a scelte alternative e radicali, si potrebbe mandare un messaggio politico chiaro per le conseguenze che ne deriverebbero: non votare più, astenersi, smettere di lavorare, rifiutare lavori sottopagati e precari, cambiare le proprie abitudini da consumatori, consumare sempre meno, non mettere al mondo figli e disertare ogni guerra, rinunciando persino a difendersi. Tutte scelte coraggiose e rischiose, che richiedono una forza di volontà non comune, la cui energia nasce proprio nella disperazione di cui si è presi. Una disperazione che agisce come motivazione ad agire (“un agire che fa della coscienza la condizione di ogni atto” – Miguel Benasayag), anche per superare le passioni tristi, evitare la depressione e di lasciarsi andare, di limitarsi a semplicemente sopravvivere.
Nell'ultima guerra mondiale, molti soldati italiani decisero di disertare, per passare con i partigiani.
In questo senso, disertare non è un gesto passivo, rassegnato, come sembra oggi essere diventato (“me ne frego”). Richiede un proposito preciso, una scelta, una decisione, soprattutto tanta determinazione e coraggio, anche immaginazione. Si diserta da qualcosa, per fare scelte diverse, per scegliere una terza via o per sottrarsi a scelte in molti casi obbligate, per ribellarsi a chi questa scelta suggerisce e/o obbliga a fare. La diserzione non è una semplice reazione, come potrebbe essere quella di fuggire, non è un riflesso. Disertare non è qualcosa di predeterminato, si manifesta come scelta, come azione, l’una e l’altra strettamente ancorate alla possibilità (capacità?) di immaginare vie alternative, altri possibili. Si sceglie di disertare a partire dalla propria intuizione, conoscenz(e)a, capacità di conferire senso alle cose e di fare i conti con il loro non-senso, a partire da esperienze concrete, di sguardi straordinari che nascono da eventi, anche imprevedibili, che coinvolgono i sensi, la mente e il corpo.
Nella realtà della guerra, anche quella attuale, chi diserta rischia la fucilazione, deve scegliere in modo binario, o si sta da una parte o dall’altra, o si obbedisce o si diserta, o ci si arruola o si fugge, accettandone le conseguenze. Se la diserzione è metaforica può assumere però la forma di ribellione esistenziale, una rivolta istintiva verso quello che viene percepito come impensabile e insensato. Si fugge da una condizione umana diventata assurda, disubbidendo, scegliendo una qualche forma di redenzione, che potrebbe rivelarsi impossibile così come la meta di un viaggio potrebbe diventare un semplice miraggio, come avviene nel deserto, dove l’oasi verso cui si corre per dissetarsi si rivela per quello che è, semplice sabbia. Si scopre così che non si diserta “dall’assoluto nulla” che siamo diventati.
La storia umana è un gioco infinito, le cui regole possono essere trasgredite, eccedute, cambiate. (Franco Berardi Bifo)
La diserzione oggi necessaria richiama all’azione, senza l’obbligo di schierarsi da una parte o dall’altra, non è dettata dalla rassegnazione o dalla passività, non nasce dal tentativo di superare la depressione. Si può praticare la diserzione anche come semplice strategia intellettuale, filosofica, argomentativa, narrativa. Le motivazioni a disertare sono certamente psicologiche, legate alla stanchezza e all’angoscia (Byung-Chul Han), a come ci si sente nella situazione psico-malata attuale. Le motivazioni sono anche etiche, politiche. Disertare oggi è un modo per provare a (ri)costruire relazioni sociali, anche affettive, diverse, per adottare nuove forme di vita. Meglio se all’interno di spazi temporaneamente liber(i)ati, collocati in un altrove mai definitivo. Spazi alternativi, in termini culturali, sociali, di consumo e di vita, da vivere attivamente come cittadini.
Per molti, scelte alternative politicizzate sono oggi possibili grazie alle risorse tecnologiche e virtuali disponibili. Nella realtà le agorà digitali hanno mostrato tutta la loro fondamentale illusorietà, si sono mostrate fragili, vulnerabili, non durature, manipolatorie, mai strumenti utili a costruire pratiche politiche antagoniste. Si è tutti connessi, è vero, ma anche sempre più disconnessi. Siamo tutti immersi dentro un surplus informativo e cognitivo nel quale è diventato impossibile separare una informazione utile dalla propaganda, una riflessione approfondita da una semplice opinione, sempre più impossibile difendersi da influencer e dallo storytelling conformista dominante.
Unica soluzione è la diserzione, avvertita ormai con urgenza da un numero crescente di persone. Il problema è che si diserta per aprirsi una via di fuga, per manifesto disinteresse e forse anche tanta irresponsabilità (e se fosse coraggio?). Basta ricordare però che esistono pur sempre questioni che ci interpellano, umanamente, politicamente, individualmente come socialmente. Riconoscendole, da disertori, significa darsi l’obiettivo di contrastarle, metterle in discussione, senza per questo inventarsi altrovi utopistici che ormai sembrano non esistere più.
La voglia di disertare non è recente, nasce dal caos crescente che caratterizza i primi decenni del terzo millennio e che non riusciamo neppure a cartografare, tanto forte è la sensazione che qualsiasi scelta si possa fare sia semplicemente una nuova testimonianza di impotenza e di impossibilità di cambiare le cose. Ogni azione volontaria deve fare i conti con il conformismo (anche cognitivo e mentale) collettivo e interiorizzato, che ha assorbito qualsiasi pensiero altro, alternativo, oppositivo, portando a una omologazione malata, dagli effetti non sempre prevedibili come l’ignoranza crescente, la superstizione, la perdita di contatto, anche fisico, con la realtà e con ciò che è concreto. Il contesto poi è caratterizzato dal dominio, anche psichico e cognitivo, ipnotico, delle macchine e delle piattaforme, che hanno binarizzato ogni scelta, svuotato (automatizzato) di qualsiasi forza la volontà individuale e collettiva e anestetizzato la nostra conoscenza.
Per disertare ho scelto di prendere il largo
La mia scelta di disertare si collega oggi al prendere il largo, imbarcandomi sulla STULTIFERANAVIS varata e messa in mare insieme a Francesco Varanini a cui mi legano, nelle differenze che ci distinguono, sensibilità, modi di pensare, background e vissuti esperienziali, valori, anche amicali, sguardo saggio, ironico e disincantato sul mondo, impegno culturale e politico.
Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione….(Jose Saramago)
La scelta di andare per mare, quasi una sfida esistenziale per un montanaro come io sono (non so neppure nuotare), è diventata una necessità. Navigare, viaggiare sulle onde, non è solo un modo di allontanarsi dalla terraferma, è un modo per sentirsi vivi, di tenere vivo il desiderio, di coltivare l’immaginazione. Il desiderio ci spinge verso qualcosa che potrebbe anche non esistere (le Indie di Colombo) ma che nel desiderarlo contribuiamo a farlo diventare reale. L’oggetto desiderato, la meta, funziona da attrattore che dà forma al soggetto desiderante così come all’oggetto desiderato, è insieme un bisogno e una mancanza.
Come ha scritto Varanini la nostra iniziativa “non è un progetto che genererà qualcosa, alla fine di una fase di sviluppo, ma è uno sviluppo senza fine, un progetto che continua, in continua evoluzione”. STULTIFERANAVIS non è un’arca di salvataggio e di sopravvivenza, si è messa in mare sapendo che non ci sono più terre promesse o città del sole. È un progetto desiderante per natura, si manifesta in forma di testimonianza, di dovere, di chiamata all’impegno, è radicale nella sua attestazione della volontà di riprendersi la vita, oggi virtualizzata e come tale emarginata e smarrita.
La nave è stata costruita per imbarcare persone che condividono storie, racconti, valori, sensibilità, prospettive e modi (occhi) di guardare la realtà e il mondo. La diserzione, di cui parlo in questo testo, assume significati diversi se non è praticata in solitudine, se è cosa comune. Qualora fosse condivisa da molti, ciò che vorrei augurarmi, sarebbe un modo (l’unico?) per pensarsi diversamente, per provare a essere felici socializzando e confrontandosi in modo da provare a costruire qualcosa di nuovo e di diverso, pensato per una comunità di persone e non imposto da logiche di pochi potenti, interessati a dettare le regole e a farle rispettare.
Domani mi alzerò - e chiuderò la porta - sulla stagione morta - e mi incamminerò (Boris Vian)
Nel mio piccolo ho deciso di disertare:
- Dall’edonismo sfrenato e conformista che promette felicità e genera infelicità e malattie nervose.
- Dallo scetticismo dominante che è diventato condizione di vita, senza alcun collegamento al pensiero filosofico sapiente degli antichi greci che era declinato nella “sospensione del giudizio o scepsi” e nella “impassibilità o apazeia”.
- Dal cinismo imperante e conformista diventato maggioritario e che suggerisce di piegarsi a tutto perché non è possibile fare altrimenti.
- Dal potenziale contagio virale che genera razzismo, rancore, ferocia, aggressività, violenza, barbarie, insensibilità, e soprattutto paura.
- Dalla guerra, frutto come diceva Virilio dell’accelerazione della tecnica, oltre che della stupidità umana.
- Dal consumismo diffuso, ansioso, bulimico, finalizzato allo shopping, al godimento illimitato e alla ripetitività, frutto di arretratezza culturale e incapacità a riflettere e a cambiare
- Dalla devastazione ambientale e dall’insensibilità verso gli effetti del cambiamento climatico
- Dal partecipare al gioco destabilizzante della guerra che sta sostituendosi a tutte le forme di competitività e di confronto possibili
- Dalla rassegnazione, che si presenta sempre più come una resa, e dalla indignazione che non si traduce mai in azione
- Da un mondo del lavoro fatto di lavoretti precari e sottopagati
- Da una vita quantificata, utilitaristica, funzionale, economica, che impedisce di cogliere l’essenziale dei processi in atto
- Da moltitudini di persone che hanno rinunciato a pensare, in particolare in modo critico, complesso, universale. Per questo hanno rinunciato ai loro valori e miti, all’etica. Ormai delegata anch’essa alle macchine, mentre la dimensione della conoscenza è sempre più relegata ad aspetti operazionali, numerici, automatizzabili.
…e la lista potrebbe continuare a lungo!
Bibliografia
- Miguel Benasayag e Bastien Cany, Corpi viventi, pensare e agire contro la catastrofe, Feltrinelli, Milano 2021
- Miguel Benasayag, La singolarità del vivente, Jaca Book, Milano 2021
- Franco Berardi (Bifo), Disertate, Timeo, 2023
- Francisco Coloane, Una vita alla fine del mondo, Guanda, 2001