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Nella nostra civiltà, in cui la velocità è un valore e l’eccesso di informazioni ci distrae continuamente, mettiamo sempre meno alla prova il senso del tatto, a meno che non avvertiamo segnali di grave pericolo. Anche le relazioni tra esseri umani sono sempre più mediate dalla vista e dalla parola e la vicinanza tra i corpi è spesso vissuta come minacciosa o comunque poco edificante, al punto che ad esempio viviamo come straniante la minima distanza interpersonale, così presente invece in altre culture, come quella asiatica. In questo modo, però, rischiamo, paradossalmente, di diventare noi ‘intoccabili’, come quella casta indiana costituita da individui ‘non toccabili’ perché impuri e addetti alle mansioni più umili.


Etimologia, dal latino contactus -us, der. di contingĕre «toccare». Il toccare o il toccarsi di due persone o cose. Per estensione…restiamo in contatto (anche virtuale).

Il tatto è il più umile dei sensi. Rispetto alla vista e all’udito è poco considerato. Eppure, come scrive Lucrezio nel De rerum Natura, “è il senso del corpo intero”. Riguarda la pelle, l’organo più esteso del corpo umano dal momento che ricopre l’intera superficie corporea.

Nel tatto noi tocchiamo la nostra stessa capacità di toccare ed essere toccati. Il contatto con un altro corpo è, cioè, insieme e innanzitutto contatto con noi stessi. Il tatto, che sembra inferiore agli altri sensi, è, allora, in qualche modo il primo, perché è in esso che si genera qualcosa come un soggetto, che nella vista e negli altri sensi è in qualche modo astrattamente presupposto. [1]

Toccando un altro corpo, tocchiamo la nostra carne. Il che significa che se, per paradosso, perdessimo il contatto con gli altri corpi, perderemmo ogni esperienza di noi stessi.

Non dimentichiamo che la prima esperienza di vita per un neonato è il contatto tra la sua bocca e il seno della madre e che la prima forma di conoscenza di sé e dell’altro da sé  avviene per il bambino attraverso la bocca e l’esplorazione tattile. Il piccolo ha bisogno, per crescere, di qualcuno che si prenda cura di lui. Ha bisogno non solo di essere nutrito, ma soprattutto di essere toccato, accarezzato, abbracciato. Conosce il proprio corpo attraverso il corpo di un altro. Gli studi di René Spitz dimostrano che, nel primo anno di vita, i bambini abbandonati in strutture che pur assicurano igiene e nutrimento, se non vengono toccati e accuditi con affetto, rischiano di morire di marasma (stato di grave deperimento organico). Ma non ci riferiamo solo ai bambini. Ricevere una carezza o un abbraccio è importante a qualsiasi età, soprattutto nei momenti della vita in cui si è più fragili, e in tarda età, quando spesso si soffre di solitudine.  

Ritroviamo il senso del tatto e il suo rapporto con la cura in alcuni racconti delle origini. La babilonese dea Mami, madre di tutti gli dei, plasma con le proprie mani il primo uomo, mescolando la carne e il sangue del dio Pee, un dio particolarmente intelligente, con l’argilla. Nella tradizione romana troviamo il racconto del poeta latino Gaio Giulio Igino. Una divinità minore, Cura, mentre attraversa un fiume, attratta dalla creta, comincia a modellarla fino a formare una figura umana. Alla richiesta della dea di dare vita alla sua scultura, Giove, il signore degli dei, acconsente. Inizia, però, una disputa tra Giove, la Terra e la stessa Cura sul nome da dare alla nuova creatura. Per dirimere la controversia, Giove si rivolge a Saturno, dio del tempo, che così decide: al signore dell’Olimpo compete lo spirito della creatura, dopo la morte; alla Terra il corpo, sempre dopo la morte; alla Cura il possesso, durante tutta la vita. Il nome, invece, deve scaturire dall’humus (terra), da cui è stata creata e non può che essere “uomo”. Qual è il senso del mito? L’uomo è plasmato con la terra, ma è fin dall’inizio in relazione con il cielo e con il tempo. L’incontro tra elementi così diversi genera inquietudine, ma anche attenzione, premura, ovvero Cura.

Eppure al senso del tatto non si dà il giusto valore neppure nell’ambito dell’educazione, per cui non si valorizza nel tempo, nel corso della vita. Al contrario, una grande pedagogista come Maria Montessori definiva la mano l’organo della intelligenza e riteneva l’educazione tattile estremamente importante per lo sviluppo sensitivo del bambino.

Attraverso il tatto impariamo a stabilire un rapporto con il mondo. Orienta i nostri comportamenti sia sul piano cognitivo che affettivo. Ci difendiamo da ciò che può farci del male (scottarci, tagliarci etc.) o cerchiamo ciò che può darci piacere.  È il movimento essenziale che permette di orientarci e di essere in sintonia con il mondo (Nancy).

Esprimiamo le nostre emozioni attraverso la pelle, l’organo del tatto, e possiamo comprendere lo stato affettivo dell’altro attraverso il suo pallore o rossore. Ma, per fare questo, dobbiamo essere contigui all’altro in un determinato tempo. Vicinanza e immediatezza sono gli aspetti che caratterizzano il tatto rispetto agli altri sensi ‘nobili’. Aspetti che lo relegano nell’ambito del privato, dell’intimo, e che gli consentono di non essere sottoposto a mercificazione come avviene alle tante immagini e ai tanti suoni non richiesti che ci invadono la vita quotidianamente. Il tatto ha bisogno di un rapporto tra corpi che funziona solo qui e ora; inoltre richiede di creare le condizioni perché il rapporto ci sia.

Che cosa è rimasto, nel nostro tempo, del senso del tatto rivolto agli oggetti? Se è vero che il tatto è il senso del corpo intero, in realtà noi ne utilizziamo una parte minima: le dita. Attraverso cui digitiamo su tastiere e schermi di ogni tipo. Utilizziamo una pressione che provoca azioni, ma che non ci restituisce particolari sensazioni e che non produce direttamente conoscenza.

Nella nostra civiltà, in cui la velocità è un valore e l’eccesso di informazioni ci distrae continuamente, mettiamo sempre meno alla prova il senso del tatto, a meno che non avvertiamo segnali di grave pericolo. Anche le relazioni tra esseri umani sono sempre più mediate dalla vista e dalla parola e la vicinanza tra i corpi è spesso vissuta come minacciosa o comunque poco edificante, al punto che ad esempio viviamo come straniante la minima distanza interpersonale, così presente invece in altre culture, come quella asiatica. In questo modo, però, rischiamo, paradossalmente, di diventare noi ‘intoccabili’, come quella casta indiana costituita da individui ‘non toccabili’ perché impuri e addetti alle mansioni più umili.

Il contatto, lo stare vicini, è il presupposto implicito presente in tutte le attività sociali, da quelle finalizzate al lavoro a quelle del tempo libero. Potremmo dire che ogni sistema sociale si basa su di esso. Il presupposto implicito è ciò che Wittgenstein chiama ‘cardine’. I cardini costituiscono lo sfondo dei nostri comportamenti e delle nostre credenze. Sono il perno intorno al quale tutto ruota. Noi non riusciamo a scorgerli a meno che non smettano di funzionare. E infatti abbiamo preso veramente coscienza dell’importanza del contatto reciproco solo con la diffusione del Covid e con l’impossibilità o la difficoltà di incontrarci. La pandemia ci ha fatto vedere con chiarezza che cosa è la vita senza contatto. Abbiamo dovuto sostituire, lì dove era possibile, il contatto fisico con quello virtuale, accentuando una tendenza che era già in atto da tempo (legata alla diffusione dei social network) ma in questo caso lo abbiamo vissuto come un surrogato di quello reale che era interdetto. La digitalizzazione dei corpi ci ha fatto sentire il bisogno di tornare a incontrarci di persona, di ritrovarci vicini, in connessione fisica con gli amici e con le persone che abitualmente frequentiamo per lavoro o per le nostre necessità vitali. 

la mancanza di contatti fisici genera ansia, alterazione del ritmo sonno-veglia, irritabilità

Sappiamo da molte ricerche effettuate in paesi diversi (Stati Uniti, Svezia, Italia) che la mancanza di contatti fisici ha avuto effetti negativi sotto il profilo emozionale, soprattutto nei bambini e negli adolescenti, ma non solo. Ha generato ansia, alterazione del ritmo sonno-veglia, irritabilità. Nei casi più gravi, aumento di autolesionismo, incremento di dipendenza dagli psicofarmaci, dallo smartphone, dai videogiochi, e isolamento. Dovremmo interrogarci sul futuro di una società che si affida sempre più ai social network e alla realtà virtuale. È forse opportuno un disincanto tecnologico.

L’essere umano ha una natura relazionale. Sulla relazione si fonda il nostro sentire e il nostro stesso conoscere. Ed è il corpo che ci permette di essere in relazione con il mondo (oggetti e persone) e di orientarci. La pelle traccia i confini tra sé e l’altro da sé e il contatto con l’altro ci apre un mondo. Pensiamo per esempio all’importanza di una stretta di mano, al primo contatto informale con l’altro/a. È una forma di saluto ma è anche un segno di fiducia e una buona predisposizione verso l’altro. Nell’antichità la mano destra era quella con cui si impugnavano le armi, porgerla significava essere disarmati, quindi leali.  Il gesto di stringere la mano facilita il rapporto con l’altro e può dirci molto del nostro interlocutore, così come ci dice molto di noi stessi. È per questo possibile, dal modo in cui avviene il contatto, formarsi una prima impressione della persona che ci sta di fronte. Inoltre, è possibile cogliere, stando vicini, lo stato emozionale   dell’altro, sentire ciò che comunica sia sul piano verbale sia attraverso il linguaggio del corpo.

L’uso e abuso delle tecnologie digitali, con la relativa deprivazione di contatti fisici e la crisi dell’esperienza sensoriale, quali cambiamenti sta producendo nella nostra visione del mondo e nel nostro rapporto con gli altri?

È una domanda su cui tutti dovremmo riflettere.


Note 

[1] G. Agamben, Filosofia del contatto, Quodlibet, 5 gennaio 2021

Pubblicato il 31 marzo 2025

Anna Colaiacovo

Anna Colaiacovo / Consulente filosofico presso Phronesis

anna.colaiacovo@gmail.com http://filopratica.com