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Negli ultimi decenni, le democrazie occidentali hanno attraversato trasformazioni profonde e spesso turbolente. L’entusiasmo per l’espansione della democrazia dopo la Guerra Fredda ha lasciato il posto a una fase più complessa, segnata dall’ascesa dei populismi, dalla crisi della rappresentanza politica e dal crescente scetticismo nei confronti delle istituzioni. I partiti tradizionali faticano a mantenere il consenso, mentre i nuovi movimenti politici – spesso caratterizzati da un forte uso dei social media e da una retorica anti-establishment – ridisegnano il panorama politico.

Intervista a Marco Almagisti e Paolo Graziano, autori del libro La democrazia. Concetti, attori, istituzioni  (Carocci editore), 2024, Intervista di Keren Ponzo, per Stultiferanavis


A livello globale, l’ondata di democratizzazione che aveva caratterizzato la fine del XX secolo sembra essersi arrestata, con segnali di arretramento in diversi paesi. Alcuni governi eletti democraticamente hanno adottato misure che limitano il pluralismo e lo Stato di diritto, alimentando il dibattito su quanto la democrazia sia oggi effettivamente in grado di autorigenerarsi e rispondere alle nuove sfide. E non tralasciamo fattori come il cambiamento climatico, la rivoluzione digitale e le diseguaglianze economiche che impongono domande urgenti sulla capacità dei sistemi democratici di affrontare problemi complessi e di lungo termine.

In questo contesto, comprendere il funzionamento della democrazia, i suoi attori e le sue istituzioni, le sfide che deve affrontare, diventa più che mai necessario. Da un lato, assistiamo a una crisi della rappresentanza politica e a un crescente scetticismo nei confronti delle istituzioni; dall'altro, emergono nuove forme di partecipazione e mobilitazione, spesso legate ai social media al digitale. Per farlo, abbiamo il piacere di dialogare con Marco Almagisti e Paolo Graziano, due esperti di scienza politica.

Marco Almagisti è professore associato di Scienza Politica nell' Università di Padova, dove dirige il Centro interdipartimentale di Studi regionali “Giorgio Lago”. È direttore di "Altopiano. Rivista di analisi politica" (Castelvecchi editore) e coordinatore di DANE - Osservatorio Democrazia a Nord-est. I suoi studi si concentrano sulla qualità della democrazia, sulle subculture politiche territoriali e sull’evoluzione del sistema politico italiano. Alcune sue pubblicazioni: con Paolo Graziano (a cura di) (2024) “La democrazia. Concetti, attori e istituzioni”, Carocci editore, Roma, e nel 2022 “Una democrazia possibile. Politica e territorio nell'Italia contemporanea. Nuova edizione aggiornata”, con Prefazione di Ilvo Diamanti, per Carocci editore, Roma.

Paolo Graziano è professore di scienza politica presso l’Università di Padova e Research Associate presso l’Osservatorio Sociale Europeo di Bruxelles. La sua attività di studio e ricerca verte sull’europeizzazione, politiche pubbliche, movimenti sociali e populismo. Ricordiamo l’importante pubblicazione “Neopopulismi. Perché sono destinati a durare” uscita per Il Mulino nel 2018.

Nel loro recente volume La democrazia. Concetti, attori, istituzioni (Carocci editore, 2024), offrono una riflessione approfondita su questi temi. Con loro cercheremo di esplorare lo stato della democrazia oggi, le sue principali sfide e le possibili traiettorie future.

 


Intervista 

Professori Almagisti e Graziano, il vostro volume esplora la democrazia in modo articolato, permettendo di comprenderne i concetti costitutivi e fornendo un quadro preciso per affrontare lo stato attuale della democrazia in Italia e in Europa. Se, come avete evidenziato, la democrazia attraversa una fase complessa tra crisi della rappresentanza e nuove sfide globali, è inevitabile chiedersi quale sia l’effetto di questa situazione sulla partecipazione politica.  

Negli ultimi anni si è assistito a un crescente disinteresse – o forse disillusione – da parte di molti cittadini nei confronti della democrazia e della partecipazione politica. A vostro avviso, quali sono le cause principali di questa tendenza? Si tratta di una crisi della democrazia in sé o piuttosto di una crisi della politica e delle sue forme di rappresentanza?

Paolo Graziano: Si tratta di una crisi delle forme della rappresentanza tradizionale, che non riescono più a garantire un rapporto soddisfacente tra comunità politica e istituzioni. I partiti sono in crisi da decenni, e anche i gruppi di interesse faticano a rappresentare le cittadine e i cittadini. Le cause sono da ricercarsi principalmente nella difficoltà della classe politica tradizionale di cogliere la profondità delle preoccupazioni degli elettorati (economia, immigrazione, sicurezza). Tale difficoltà ha determinato una crescente sfiducia nei confronti della politica, sfiducia utilizzata sapientemente da nuovi partiti neopopulisti che hanno impostato la propria proposta politica proprio all’insegna della tutela del popolo (puro) nei confronti delle élites (corrotte). 

Marco Almagisti: La democrazia contemporanea ha trovato quale condizione necessaria (anche se non sufficiente) lo sviluppo del meccanismo della rappresentanza. Infatti, tutte le democrazie esistenti al mondo sono democrazie rappresentative. Le forme antiche di democrazia, come quella greca, non conoscevano la rappresentanza e si realizzavano soltanto in contesti circoscritti quali le polis, basandosi su forme rigide di esclusione, a cominciare da quella, ultra-evidente, nei confronti delle donne. Nel corso del XVIII secolo si comprende che unendo il principio democratico del “governo del popolo”, alla prassi non democratica della rappresentanza, la democrazia può assumere forme e dimensioni totalmente nuove. Che arriveranno ad estendersi fino agli Stai nazionali e, talvolta, faticosamente, anche oltre. Resta, comunque, una tensione strutturale, fra i due principi: manifestazione della volontà popolare e rappresentanza. Tale tensione risulta spesso solo latente, ma può emergere compiutamente in caso di crisi prolungate. E noi, da tempo, ci troviamo in una condizione di policrisi, in cui si sovrappongono gli effetti di crisi molteplici (dal 2001: crisi legate al terrorismo internazionale, alle contraddizioni dell’economia globale, al surriscaldamento climatico, alle pandemie, alle guerre). Spesso si tende ad analizzare gli effetti di queste crisi stigmatizzando le manifestazioni più evidenti, sottolineando quanto le reazioni del demo siano emotive. In realtà, risulta essenziale comprendere le cause dell’attuale scontento. Chiedersi se le classi dirigenti democratiche hanno fatto tutto il possibile per contenere gli effetti delle policrisi, se hanno saputo rispondere adeguatamente alle angosce popolari. Soprattutto delle fasce più vulnerabili. E dobbiamo chiederci se quegli attori tuttora indispensabili alla democrazia, quali i partiti politici, hanno trovato modi adeguati alla società contemporanea per selezionare in maniera appropriata la classe dirigente.  

Il quadro appare sempre più complesso: nuove spinte emergenti assumono forme innovative. Se da un lato la partecipazione ai processi democratici tradizionali sembra diminuire, dall’altro assistiamo a nuove forme di attivismo e mobilitazione online. Tuttavia, queste modalità alternative di partecipazione riescono davvero a incidere sulle decisioni politiche oppure rischiano di restare fenomeni effimeri, incapaci di produrre un cambiamento strutturale? 

Paolo Graziano: Le forme alternative di partecipazione politica (movimenti sociali, consumerismo politico, etc.) offrono ottime opportunità di socializzazione politica e di incanalare sentimenti di protesta che altrimenti non riuscirebbero ad esprimersi facilmente. Tuttavia, anche a causa della natura spesso temporalmente limitata dei movimenti, la capacità d’ incidere sui processi decisionali pare relativamente limitata e pertanto difficilmente riescono in modo diretto a produrre cambiamenti strutturali nei sistemi politici. 

Marco Almagisti: I partiti non hanno mai avuto il monopolio della partecipazione politica. Hanno sempre dovuto (e saputo) convivere con altre realtà, dai gruppi d’interesse ai movimenti sociali. Oggi anche gli attori non partitici sono molto diversificati e anch’essi oggetto di fenomeni di frammentazione. Eppure, ancora oggi, in tutte le democrazie (e non solo: si pensi ad una realtà quale quella cinese), i partiti non solo sono presenti, ma sono cruciali, anche nella forma iper-personalizzata della “squadra del leader”. Questo perché non si sono mai trovati sostituti funzionali ai partiti. Anche nell’era della politica mediatizzata e personalizzata il leader ha bisogno di un partito (e, ovviamente, il partito di un leader).

 

Questa trasformazione della partecipazione politica è indissolubilmente legata al modo in cui oggi si comunica e si accede alle informazioni. In questo senso, il ruolo dei media e, in particolare, dei socia network è sempre più centrale. L’avvento dei social media ha trasformato radicalmente il modo di comunicare e fare politica. In che modo questi strumenti hanno cambiato la relazione tra cittadini e istituzioni? Si può ancora parlare di una “sfera pubblica” nel senso classico, oppure la frammentazione dell’informazione e l’ipersemplificazione del dibattito mettono a rischio il confronto democratico? 

Paolo Graziano: Esiste una nuova sfera pubblica, quella “social”, che è radicalmente diversa da quella delle piazze o anche solo della stampa tradizionale. É una dimensione in cui le informazioni circolano ad una velocità estrema, non dando la possibilità di sviluppare ragionamenti o dibattiti ponderati che siano in grado anche di articolare la complessità. Ciò determina una sfera pubblica in cui prevalgono i toni esasperati, gli insulti, la mancanza di rispetto, tutte cose che determinano spesso una violenza verbale che polarizza e impoverisce il dibattito. Spesso i social facilitano lo scontro, e non il confronto, impoverendo la democrazia. 

Marco Almagisti: Possiamo comprendere le trasformazioni in atto solo se adottiamo un’ottica “sistemica”. I mass media non sono strumenti per comunicare, ma ambienti in cui interagire. Il sistema mediale è in grado di trasformare in profondità il sistema politico. Se già la televisione aveva grandemente mutato il contesto della politica democratica, l’avvento dei social è stato ancora più incisivo, ristrutturando la politica di massa. Leader e partiti sono costretti a continui riposizionamenti per inseguire cittadini ed elettori incostanti navigatori in quello che è stato chiamato da Luigi Di Gregorio “l’eco-sistema della distrazione”. Le dinamiche della mediatizzazione condurrebbero all’incremento della logica di gruppo e dei bias di conferma con la nascita di echo chambers, di gruppi “chiusi” in cui ogni soggetto cerca solo conferme delle proprie preferenze. Ma dobbiamo anche cercare di analizzare gli usi creativi che le cittadine e i cittadini sono in grado di produrre, nella rete. Le nuove forme di mobilitazione. E valutarne l’efficacia. Di certo, le nuove formazioni partitiche aggregano le persone in maniera meno stabile e strutturata rispetto al passato. I cosiddetti “partiti digitali” si rivolgono soprattutto a “nubi di opinione pubblica” che si addensano su particolari controversie in virtù della presenza di una forte leadership e di un capitale sociale che si regge soprattutto su reti personali e amicali. Sono fenomeni di sicuro interesse.

 

Echo chambers, partiti digitali, social: la rivoluzione digitale ha dunque già prodotto cambiamenti profondi nella politica e nella comunicazione. Ma un’altra innovazione tecnologica si affaccia con forza sul panorama democratico: l’intelligenza artificiale. Oggi, con l’avanzare della A.I., si aprono nuove possibilità, ma anche nuove sfide per la democrazia. Pensiamo all’uso degli algoritmi nella selezione delle notizie, ai bot che amplificano certe narrazioni o addirittura alla possibilità di automatizzare parte del processo decisionale politico. A vostro avviso, quale sarà l’impatto di queste tecnologie sulla politica e sulla qualità della democrazia nei prossimi anni?           

Paolo Graziano: Il rischio di manipolazione dell’informazione è altissimo. Anzi, non è più un rischio, è una realtà. La circolazione di notizie parziali, se non propriamente false, determina un clima politico in cui è sempre più difficile distinguere la verità dalla finzione, e ciò di certo rende difficile costruire un dibattito pubblico ragionato che parta da elementi condivisi. Non crediamo, però, che l’intelligenza artificiale possa intervenire direttamente nell’automatizzazione del processo decisionale perché la rappresentanza non può essere interamente delegata a un robot. Almeno per ora. 

Marco Almagisti: L’introduzione dell’intelligenza artificiale è una grande innovazione. Irreversibile. Dobbiamo comprenderne con attenzione gli effetti e le diverse forme di adattamento. Come ci prepariamo a gestire le forme di comunicazione in cui il nostro interlocutore può non essere un umano? Come ci stiamo preparando ad adattare il nostro modo di lavorare e interagire attraverso queste forme di comunicazione? Questo adattamento deve essere lasciato tutto sulle spalle del singolo oppure va considerato quale una decisiva questione sociale? Attraverso quali provvedimenti normativi proveremo a regolare un ambiente in così rapida trasformazione? Mi sembrano questioni urgenti per chi ha a cuore le sorti della democrazia.

Pubblicato il 03 aprile 2025