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Da decenni mi occupo di qualità delle relazioni, solo negli ultimi dieci ho proseguito a farlo sotto il segno della gentilezza, così, pur nel rispetto di ogni complessità, mi sono incuriosita quando ho sentito parlare di *umanizzazione della cura*.


Basterebbe considerare queste due espressioni al posto del giuramento di Ippocrate.

Anche solo percepire la sensazione che si genera nell’ascolto dell’aggettivo speciale e del sostantivo cura e analizzarli nella loro etimologia.
Consapevole dell’importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro...

Così inizia l’atto che il medico firma all’inizio della sua professione.
Il senso del solo incipit fa un’eco armoniosa all’espressione “Perché sei un essere speciale…ed io avrò cura di te”.

Se considero ciascuna di queste parole, ogni espressione, rimango perplessa per lo stato in cui si è , o forse è stata ridotta la cura di una persona.

La velocità, la burocrazia, già il passaggio da Ussl o USL, Unità socio sanitaria locale a ASL, azienda sanitaria locale, già nella definizione si è passati da qualcosa di sociale a qualcosa di aziendale.

Non sento funzionale addentrarmi sui temi specifici della sanità.

Da decenni mi occupo di qualità delle relazioni, solo negli ultimi dieci ho proseguito a farlo sotto il segno della gentilezza, così, pur nel rispetto di ogni complessità, mi sono incuriosita quando ho sentito parlare di *umanizzazione della cura*.

Talmente incuriosita che con Accademia Mibes, Medicina Integrata Benessere e Salute, ho organizzato un Summit, intervistando diversi medici e raccogliendo molta letteratura al riguardo sull’ “umanizzazione della cura”, appunto.

Lo stupore degli intervistati è stato condiviso proprio sull’espressione “umanizzazione della cura”, quasi come una contraddizione in termini. Se si parla di cura si parla di umano.

Parlare di umano mi riporta inevitabilmente sul focus della mia attività. Vengo definita “professionista della relazione” come  counselor. E nell’ambito sanitario leggendo e confrontandomi con i professionisti della salute, ho maturato la convinzione che la relazione, la buona relazione, possa essere, vorrei dire, debba essere parte integrante della cura. E nella relazione emerge fondamentale l’importanza della comunicazione e, in questa, fra le diverse modalità, spicca l’uso appropriato e scelto delle parole che curano, le parole che fanno bene.

Fabrizio Bendetti nel suo libro “La Speranza è un farmaco” scrive:
Oggi la scienza ci dice che le parole sono delle potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello, e questi bersagli sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica. Le parole attivano le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l'aspirina".

In questo libro voglio lanciare un messaggio: parole, speranza e farmaci inducono effetti simili con meccanismi simili. E lo faccio parlando sì di scienza, ma raccontando anche brevi storie di pazienti che ci hanno fatto capire tutto ciò. Solo con questo duplice approccio, la scienza da una parte e la prospettiva di chi soffre dall'altra, è possibile comprendere la vera forza della speranza nella sofferenza e nella malattia."

Ed Eugenio Borgna nel suo libro “Le Parole che ci salvano” afferma che “La sofferenza passa, ma non passa mai l'avere sofferto.”

E prosegue scrivendo:

Il medico sa comunicare?

Cosa vorremmo che un medico ci dicesse della nostra malattia, dei nostri disturbi, delle nostre paure, o delle nostre speranze?

Le sue parole dovrebbero tenere presenti i nostri stati d'animo, accompagnarsi a gentilezza d'animo, e a discrezione, e non ferire la fragilità e le inquietudini che la malattia trascina con sé.

Ciascuno di noi si ammala suo modo, e nella misura in cui lo consentano la nostra sensibilità, o la nostra ipersensibilità, che non dovrebbero essere mai aggredite, né tantomeno lacerate.

La comunicazione della diagnosi, ai pazienti e ai loro familiari, ha una grande importanza nel frenare, o nell'accrescere, le sovrastrutture psicosomatiche della malattia. Non so quante volte medici e infermieri, psicologi educatori, riflettano sulla qualità emozionale, e non tanto razionale, delle domande e delle risposte che sono date ai pazienti. Ma non ci sono consigli, non ci sono informazioni tecniche che consentano di svolgere comunicazioni gentili o umane, ma solo le intuizioni e le risorse interiori che siano presenti, o assenti, in noi.

Non so se siano doti innate, queste, e nondimeno dovremmo continuamente educarci a ricercarle e a riconoscerle in noi; e solo così ci è possibile comunicare con la malattia, e con le angosce che a essa si accompagnano.

Le parole che siamo abituati a far sgorgare in noi nella nostra interiorità e a riconoscerle nella loro tonalità emozionale, ma, cosa più importante, il medico conosce qualcosa dell'esperienze interiori dei suoi pazienti, o almeno cerca di conoscerle? Qui si snoda il problema della sofferenza inutile, quella che può essere evitata, e che nasce dalla incapacità del medico a immedesimarsi nella interiorità dei pazienti, e a comunicare le cose tenendone presenti le inclinazioni: le angosce e la disperazione.

La malattia come doloroso invito a rientrare in noi stessi, negli abissi della nostra interiorità, come occasione di riflessione sul senso del vivere e del morire: come ascolto dell'infinito che è in noi.”


Bibliografia

Benedetti F. (2018) La speranza è un farmaco Come le parole possono vincere la malattia, Mondadori

Borgna E. (2017) Le parole che ci salvano. La fragilità che è in noi. Parlarsi. Responsabilità e speranza, Einaudi

Canuti L., Palma A.M., ( 2022), L’arte di essere gentili. Buone pratiche quotidiane, Terra Nuova, Firenze.

 

 

Pubblicato il 23 marzo 2025

Anna Maria Palma

Anna Maria Palma / Professional Counselor, Emotional Intelligence Coach, Consulente, Ambasciatrice Gentilezza

palma@annamariapalma.eu http://www.annamariapalma.eu