Certo, mi dico, nello scegliersi oggi Maslow come maestro ineguagliato, è in gioco una preferenza per il comportamentismo, un rifiuto per la lezione freudiana, per l'inconscio ed il profondo come fonte di ciò che ci appare in superficie come azione.
Ma forse, mi dico poi, il limite dello sguardo di quel professore non sta solo nel non vedere il campo largo della psicosociologia: psicologia del profondo, psicologia dei gruppi, psicosociologia delle organizzazioni... Il limite di quel professore, e il limite di Maslow, sta anche e sopratutto nel non cogliere la genealogia del pensiero comportamentista. Da dove viene il comportamentismo?
Certo potremmo guardare a ritroso: positivismo, evoluzionismo, utilitarismo. Ma penso sia sufficiente, per trovare un innesco alla lettura critica, interrogarsi sul verbo che sta dietro la motivazione.
A ben guardare, infatti, la parola motivazione dice troppo poco. Discende tardo latino motivus: 'capace di far muovere'. Il verbo latino movere ci parla semplicemente dello 'spostarsi'. E' un movimento scelto? E' un movimento subito? Avrei potuto muovermi in altro modo?
Forse il verbo può bastare ai comportamentisti, che osservano l'agire umano assimilandolo al comportamento di un cane o di una scimmia, o di un'ape appartenente ad uno sciame.
Ho appena scritto questa frase e subito mi ritornano in mente le accuse che, di questi tempi, ricevo tanto di frequente: 'ecco, è dimostrato una volta di più il tuo antropocentrismo!'. 'Non tieni conto della presenza delle cose! Non tieni conto dell'avvento dell'intelligenza artificiale!
Rispondo qui, ancora una volta, pazientemente, all'accusa. Non considero 'centrale' o 'superiore' l'umano. Considero che sono umano, e lo siete voi che leggete. Il fatto che possa 'leggere' a suo modo quello che scrivo una qualche macchina dotata forse di 'autonomia' o di qualcosa che può essere detto 'intelligenza' non mette in discussione il fatto che noi che stiamo condividendo conoscenza siamo umani. La via, per noi umani, per crescere nell'agire in modo costruttivo, nel mondo, passa attraverso il 'conosci te stesso'; passa attraverso il ri-conoscerci come umani.
Almeno in apparenza, sembra che abbia camminato in questa direzione anche Abraham Maslow. Un rapido sguardo alla sua bibliografia mostra il percorso: il suo primo articolo pubblicato, nel 1932 riguarda i comportamenti di lemuri e orangutanghi. Segue, nello stesso anno, The Emotion of Disgust in Dogs. Due anni dopo: Influence of Differential Motivation on Delayed Reaction in Monkeys. Dunque Maslow usa nel titolo la parola motivazione due anni dopo aver usato, sempre nel titolo, una parola ben più ricca, più pregnante di motivazione e behavior: emozione.
Maslow prosegue pubblicando nel 1935 Appetites & Hungers in Animal Motivation, e Individual Psychology and the Social Behavior od Monkeys and Apes. Solo l'anno dopo appare nei titoli degli articoli un riferimento agli Infra-Human Primates. E solo nel 1943 si consolida il passaggio allo studio della Human Motivation.
Abbiamo sentito ripetere infinite volte la lezione di Maslow. La motivazione è il motore che muove ogni essere vivente alla soddisfazione dei bisogni. La nota scala di Maslow ci mostra come dalla soddisfazione di esigenze ineludibili -i basilari bisogni fisiologici- si salga poi verso bisogni sempre più evoluti. Va riconosciuto a Maslow il suo essersi lasciato alle spalle il comportamentismo animale per dedicarsi alla psicologia umanistica, concentrando l'attenzione sugli scalini più alti della scala dei bisogni: amicizia, autostima, fiducia, rispetto per sé stesso e per gli altri, fino a creatività e moralità.
Ma resta la fastidiosa idea di scala, di gerarchia, di scala, di piramide. E' proprio vero che i bisogni debbono essere disposti in un ordine di importanza? E' possibile definire una volta per tutto un ordine? Non converrebbe vedere, al posto dell'ordinamento gerarchico, una rete? E non converrebbe forse uscire dalle angustie del comportamentismo e dell'utilitarismo, vedendo, al posto dei bisogni, spazi di libertà?
Resta poi, come accennato, la sostanziale aridità del movere. Uno 'spostarsi' dove l'attenzione, l'intenzione, la scelta, la piena consapevolezza, sembrano assenti.
Conviene quindi guardare a qualche area semanticamente contigua.
Se dovessimo tradurre in latino motivazione, il corrispondente meno improprio sarebbe probabilmente affectus. Ne discende immediatamente una importante constatazione: la motivazione è sempre legata all'affettività.
Andando oltre questa associazione, possiamo passare ad osservare il ricco e complesso fascio di significati che l'affetto porta con sé.
Il verbo latino afficere antepone il prefisso a facere, 'fare'. Ad sta per 'in relazione a', quindi il verbo ha il primo senso di mettere in relazione, collegare, connettere. Sempre in latino il senso si evolve: afficere vuol dire: influire, rendere, porre in condizione. Il participio affectus è quindi 'posto in una certa condizione, colpito, sofferente - non a caso anche in italiano si dice 'affetto da'. E ancora: mosso, commosso. Affectus è quindi stato del corpo e della mente prodotto in una persona da una qualche influenza. Già in latino, dunque, l'affetto sta per passione, inclinazione, propensione, ed anche volontà.
Arriviamo così a Baruch Spinoza. E' Spinoza, nella Terza Parte della sua Ethica -scritta in latino tra il 1661 e il 1675; pubblicata postuma nel 1677- a usare il termine affectus nel modo più articolato e preciso. E' lui a permetterci di vedere nell'affectus l'antecedente della motivation. Quasi trecento anni prima di Maslow.
Quattro sono in realtà i termini usati da Spinoza, utili per illuminare quel campo così insufficientemente descritto dalla parola motivation. Conatus, passio, affectio, affectus.
Conatus è l'istinto, la propensione verso le cose da cui dipende l'esistenza stessa dell'essere umano.
Affectio. Le affectiones sono le influenze che toccano l'essere umano, i cambiamenti derivanti da una causa interna od esterna.
Passio. E' atteggiamento passivo, uno stato che subiamo e che ci invade. La passione, in quanto passività, è ineliminabile.
Affectus. Una passio cessa di essere tale non appena ce ne formiamo un’idea chiara e distinta. E' la modificazione, in più o in meno, della 'potenza di esistere' in conseguenza di una affectio. Non è quindi solo un sentimento (affectus dello stato mentale) ma anche e allo stesso tempo un movimento (affectus del corpo).
Affetti sono desiderio, gioia, tristezza. Affetti derivati sono amore, odio, inclinazione, avversione, devozione, derisione...
La parte Quarta Parte dell'Ethica, così, è dedicata alla possibilità di trasformare le passioni da stati di passività in affetti; dal subire spinte depressive e distruttive al coltivare le spinte emozionali più costruttive; dalla passività all'attività; da ciò che è inevitabile a ciò può essere cercato e scelto.
Il nostro potere e la nostra libertà, intesi come autonomia, e la nostra virtù, intesa come scelta responsabile, crescono quanto più cresce la nostra vis existendi e vis agendi, vale a dire la nostra forza di esistere e la nostra forza di agire.
La gerarchia di motivazioni astrattamente descritte, impilate dallo studioso -lo schema di Maslow- ci descrive, incasellandoci. Maslow, moderno scienziato, osserva l'essere umano e ne descrive i comportamenti. Spinoza offre invece ad ogni essere umano, ad ogni cittadino, gli strumenti tramite i quali noi stessi intendere il costante processo che viviamo nel cercare noi stessi.
Se Maslow, con la sua Teoria della motivazione umana, ci appare in qualche modo ancora attuale, a maggior motivo è attuale Spinoza: mostrandoci la natura e l'origine degli affetti ci invita a procedere lungo la via della consapevolezza, della presenza, della trascendenza.