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Il salire a bordo necessariamente richiede un qualche tipo di sforzo, di fatica, sacrificio, sufficienti a soverchiare - in un certo senso ad annullare - quella stessa forza che permette al dispositivo tecnico (la murata della la nave, le mura della fortificazione) di inscrivere un perimetro all’interno dell’elemento (mare o terreno che sia). Occorre cioè oltrepassare un margine, una estremità, un limite: non è sufficiente il “varcare” una soglia, occorre saltare il fossato, occorre scavalcare il muro di cinta: questo è salire a bordo.


Quando Carlo Mazzucchelli mi ha offerto una cartolina di imbarco sulla Stultifera Navis mi sono subito reso conto che il concetto del salire a bordo avrebbe finito per rappresentare il senso più profondo, la natura originaria del progetto Stultifera e pertanto anche il significato del mio esserci.

Una natura che realmente ha a che fare con l’essenza della navigazione, della marittimità, della Nave come dispositivo di ricerca e scoperta (anche intellettuale, perché no). Per un marinaio - per un Ufficiale della Marina in congedo, nel mio caso - l’atto, il momento del salire a bordo è solenne, intenso, intriso di emozioni: è il saluto alla Bandiera prima che a chiunque altro. E per questa mia prima volta a bordo della “nave dei folli” ho voluto riflettere e interrogarmi proprio sulla importanza e sulla solennità di questo gesto.

Bordo: ciascuno dei due fianchi, diritto e sinistro, di un galleggiante, e precisamente la parte che sta al di sopra dell’acqua. Per estensione: lo spazio interno d’una nave, circoscritto dalle murate. Nel linguaggio colloquiale: orlo, margine, estremità (di qualcosa)[1].

Per il momento soffermiamoci sulle accezioni più marinaresche, anche se i concetti di margine, estremità - addirittura di confine – ci saranno ugualmente utili per l’argomentazione. Bordo - a ben riflettere - è un concetto inaspettatamente articolato. Bordo in primo luogo definisce il perimetro sul quale si osserva una interruzione di continuità all’interno dell’elemento naturale (l’acqua, il mare). Ancora di più: il bordo sancisce l’emergenza di un intero sistema - la nave – che allo stesso tempo inscrive ed è inscritto all’interno di quel perimetro. Un sistema che in qualche modo è in grado di resistere, di opporsi – cioè di galleggiare - alla natura originaria di quell’elemento (provate a far galleggiare una palla di cannone: anche quella inscrive l’elemento ma è assai difficile che riesca a resistergli…).

una zattera è sempre meglio di un tronco, una lancia a remi è sempre meglio di una zattera e di un tronco e così via.

Non solo il sistema-nave - galleggiando - resiste alla natura di quel particolare stato di aggregazione della materia (lo stato liquido) ma nel mentre lo fa definisce anche un habitat all’interno del quale la sopravvivenza (quella di noi umani, almeno) diventa assai più probabile: in mare aperto, infatti, un tronco è sempre meglio di niente, una zattera è sempre meglio di un tronco, una lancia a remi è sempre meglio di una zattera e di un tronco e così via.

A ben vedere, però, la questione del galleggiamento deve essere indebolita. Anche per i sottomarini – che per loro natura possono anche evitare di galleggiare – si parla infatti di bordo. Dunque è la capacità di costruire un habitat favorevole (e non il galleggiamento tout court) che sembra essere la proprietà significativa. Perciò galleggiare è cosa indubbiamente necessaria, ma evidentemente non sufficiente (dopotutto essere umani, animali e tronchi d’albero riescono tutti a galleggiare – per un po’ - ma non è sempre detto che siano in grado di costruire degli habitat favorevoli).

Dunque possiamo azzardare l’ipotesi che il bordo sia una tecnica. Una tecnica che abbiamo sviluppato per interagire meglio con gli ambienti che ci sono sfavorevoli (fiumi, laghi, oceani) per aumentare le nostre chance di sopravvivenza. Esattamente come ad un certo punto della nostra avventura su questo pianeta abbiamo sviluppato il linguaggio per dire a qualcuno: “attento che più avanti c’è un dirupo”.

Perché diciamo salire e non scendere o entrare o transitare o ancora passare a bordo?

Passiamo ora al salire (a bordo). Perché diciamo salire e non scendere o entrare o transitare o ancora passare a bordo? Se in fin dei conti si tratta di un habitat favorevole perché non dovremmo semplicemente muoverci linearmente verso il bordo?

Salire è un modo particolare di muoversi, di spostarsi: dal basso verso l’alto …per lo più un movimento in cui il passaggio (a piedi) dal basso all’alto è graduale, per mezzo cioè di gradini o su terreno in pendìo, senza salti o sbalzi[2].

Banalmente, per ovvie questioni di architettura navale, il bordo di una imbarcazione (che ricordiamo è la parte che galleggia fuori dall’acqua) si trova il più delle volte a una altezza maggiore di quella dei moli ai quali esse attraccano. Più astrattamente, invece, c’entra la dimensione e l’estensione della forza che il sistema (la nave, lo scafo) deve possedere per resistere all’elemento naturale (l’acqua), affinché si dimostri in grado di ottenere e mantenere, nella massima parte delle situazioni pensabili, quella specifica soluzione di continuità che permette a quell’habitat di essere considerato favorevole.

Tagliare l’acqua dopotutto non deve essere un affare così semplice, specie quando si presentano condizioni ambientali particolarmente ostili (anche una barchetta di carta - per un po’ – galleggia, ma la forza del foglio di carta non è sufficiente a costruirci un habitat).

Il bordo di una nave deve dunque resistere (e persistere) alla natura dell’elemento che intende inscrivere e pertanto occorre che, tra le altre cose, sia ben alto sopra il limite massimo dell’onda che ci si può aspettare dal mare che si intende navigare (un pedalò va bene al lago ma per le onde del mare aperto ci vuole ben altro).

A pensarci bene il bordo di una nave non è concettualmente lontano dalle fortificazioni di un castello: abbastanza imponenti da scoraggiare la gran parte dei nemici e non così alte da costituire un problema ingegneristico, logistico, emotivo (l’esser reclusi a casa propria). Curiosamente non è raro che le fortificazioni siano circondate da ampi fossati allagabili, ultimo ostacolo – tra quelli di massima prossimità - all’avanzata del nemico e al conseguente impiego di dispositivi bellici (scale, cime, macchine d’assedio, eccetera).

Il senso è che il salire a bordo necessariamente richiede un qualche tipo di sforzo, di fatica, sacrificio, sufficienti a soverchiare - in un certo senso ad annullare - quella stessa forza che permette al dispositivo tecnico (la murata della la nave, le mura della fortificazione) di inscrivere un perimetro all’interno dell’elemento (mare o terreno che sia). Occorre cioè oltrepassare un margine, una estremità, un limite: non è sufficiente il “varcare” una soglia, occorre saltare il fossato, occorre scavalcare il muro di cinta: questo è salire a bordo.

Ma salire a bordo è anche un distacco. L’abbandonare qualcosa che è certo, rassicurante, noto – la terraferma ed esempio – per offrirsi a un destino che in potenza è sicuramente più precario, meno prevedibile, di solito meno rassicurante (la nave, il mare, la navigazione).

È chiaro che la scelta di abbandonarsi – per quanto combattuta – è legata a filo doppio a una necessità di scoperta, di conoscenza, di esperienza, di condivisione, qualche volta di potenza. Così come è evidente che il fatto stesso dell’abbandonarsi (a qualcosa o qualcuno) implica necessariamente una apertura di fiducia (nei confronti dei propri simili come nei confronti della tecnica), una accettazione di ruoli, compiti, funzioni, mansioni, competenze (e pertanto di responsabilità).

Insomma il salire a bordo è la manifestazione di una agentività per niente banale: impulsiva e inconsapevole o cercata e profondamente riflettuta, spesso potente e violenta come una pallottola in una pistola:

Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off—then, I account it high time to get to sea as soon as I can. This is my substitute for pistol and ball.[3]

Mettersi in mare - salire a bordo è - forse più di qualsiasi altra cosa - una questione di salvezza.

Mettersi in mare - salire a bordo - al più presto: scegliere di scalare le murate per guadagnarsi il bordo di una nave è - forse più di qualsiasi altra cosa - una questione di salvezza.

Ma non si sale a bordo soltanto delle navi (anche se questa resta l’esperienza che andrebbe augurata a chiunque, o almeno a chi vogliamo veramente bene). Si può salire a bordo di un pensiero, di una idea, di un progetto, di una iniziativa, di una Organizzazione, di una azienda. Si può salire a bordo di una relazione, professionale, amicale, affettiva, passionale: le regole e i motivi del salire a bordo non cambiano.

Ma cosa succede quando si sale a bordo di una disciplina? È pensabile una salita a bordo di tipo disciplinare?

Uno degli strumenti della interdisciplinarità è il boundary crossing: lo sconfinamento disciplinare. E cosa vuol dire sconfinamento se non la rottura dei confini – dei bordi – di discipline che sono terze ed esterne? Ma rompere i bordi di una disciplina prima di tutto vuol dire essere disposti a rompere i bordi dei propri ambiti disciplinari, della propria area di competenza, dei propri sistemi di conoscenza, delle proprie prassi analitiche e di pensiero.

Salire a bordo di una disciplina (così come di una nave) vuol dire essere disposti ad abbandonare la propria zona di confort, il proprio habitat conosciuto (la terraferma, il proprio campo di studi) per imbarcarsi su un bastimento che tendenzialmente può avere regole, prassi, metodi e poi ancora ruoli, attitudini, competenze, esperienze e responsabilità completamente diversi e distanti da quelli della propria disciplina.

Salire a bordo - anche di una disciplina - è dunque impegno, fatica, difficoltà, abnegazione, resilienza, qualche volta dolore.

Non è raro che l’apertura di fiducia di chi sceglie di affrontare tutto ciò per guadagnare il bordo si estenda a tal punto da ricomprendere anche obiettivi, scopi, finalità e addirittura linguaggi specifici. Anche in senso disciplinare salire a bordo è una operazione complessa e non sempre priva di rischi. L’aprirsi a nuovi assetti teoretici e prassi analitiche può generare problemi di compatibilità- che vanno opportunamente gestiti – quando non addirittura a crisi di identità e di rigetto.

Nel salire a bordo disciplinare occorre essere in grado di riconoscere le contaminazioni dalle commistioni disciplinari.

Qui la contaminazione va intesa nella accezione negativa del termine, ovvero come “…l’atto, il fatto di contaminare (…) e l’effetto che ne consegue (…) il contaminarsi, l’essere contaminato in senso fisico, cioè infettato, inquinato[4]. Contaminazione perciò come disinformazione, come dominio, come deresponsabilizzazione, come sottomissione, come segreto e dunque in fin dei conti come esercizio del potere.

La commistione disciplinare va intesa invece nella sua accezione originariamente positiva: il mischiare insieme, il mescolare, la “Unione, fusione, mescolanza di due o più cose o elementi…[5]. E perciò commistione come espressione della attitudine alla costruzione, alla partecipazione, alla condivisione, alla conoscenza, al libero accesso, eccetera.

Questo è, ad esempio, quello che accade oggi con l’Intelligenza Artificiale, dove la domanda è se il modo in cui implementiamo l’IA ci sta portando verso pratiche positive di commistione tra i vari ambiti disciplinari - cioè a occasioni di collaborazione, crescita e sviluppo nel rispetto di equilibri di tipo etico ed ecologico – oppure verso prassi negative potenzialmente sono in grado di causare contaminazioni, ovvero nel senso di inquinamento, di infezione disciplinare su larga scala[6]. Vale per l’ IA così come per tutte le altre discipline.

Saper distinguere le buone commistioni dalle cattive contaminazioni è forse l’unica possibilità che abbiamo di scongiurare il rischio che l’Intelligenza Artificiale (o qualsiasi altro campo di studi) finisca per fagocitare le altre discipline, a partire da quelle che maggiormente si fondano su dati, informazione, conoscenza.[7] Ma per fare questo è imperativo che discipline, esperti di dominio, docenti, accademici, intellettuali e (qui arriva la parte difficile…) anche politici imparino a salire a bordo.

Imparino cioè a scegliere di salire a bordo e non di abbordare. Detta con un arzigogolo: la differenza, può fare la differenza.

Note

[1] https://www.treccani.it/vocabolario/bordo/

[2] https://www.treccani.it/vocabolario/salire/

[3] H. Melville, Moby Dick

[4] https://www.treccani.it/vocabolario/contaminazione/

[5] https://www.treccani.it/vocabolario/commistione/

[6] Contaminazioni e commistioni disciplinari al tempo della Intelligenza Artificiale- Etica, Agentività Artificiali, Fonti Aperte, Interdisciplinarità: nuovi equilibri e scenari futuribili, Nacci, G, Working Paper Intelli|sfèra, 6/2024, 

[7] I.A. fagociterà OSINT? Intervista in due parti a Martina Todaro. Qui  e Qui.

Pubblicato il 28 marzo 2025

Giovanni Nacci

Giovanni Nacci / Autore - Ufficiale della Marina Militare in Congedo - Coordinatore presso Osservatorio per le Fonti Aperte - Intelligence Lab, Unical

giovanninacci@giovanninacci.net